C’era un giardino pubblico che di notte non chiudeva mai, come certi pensieri. Lui ci passava spesso, col trench addosso anche quando non pioveva, più per abitudine che per freddo. Le mani in tasca, il passo lento di chi non ha fretta di arrivare da nessuna parte. Le panchine sembravano animali addormentati, gli alberi facevano finta di non guardare. Lo vide subito, l’altro: seduto storto, la testa all’indietro, l’odore acre del vino che precede le parole. Rideva da solo, una risata fragile, di quelle che finiscono in singhiozzo. Le chiavi dell’auto tintinnavano come un avvertimento.
«Non è serata per guidare», disse l’uomo col trench. La voce gli uscì calma, sorprendentemente calma, come se l’avesse già detta altre volte, in altri tempi. L’ubriaco lo guardò, strizzò gli occhi. «E tu chi sei?»
Lui ci pensò un attimo. «Uno che passa di qui due volte». L’ubriaco si alzò a fatica, barcollando come un ramo spezzato. Il trench lo osservava con una strana tenerezza, una pazienza che non era pietà ma riconoscimento. Gli prese il braccio prima che cadesse. «Lascia stare la macchina. Dormi su una panchina. Domani il mondo sarà ancora lì… purtroppo». L’altro rise. «Domani non prometto niente». Il trench annuì. «Nemmeno io lo facevo, una volta». Quelle parole rimasero sospese, come nebbia tra i cespugli. Un lampione tremolò. Per un attimo il giardino parve più giovane, o più vecchio, impossibile dirlo. «Perché ti importa?» chiese l’ubriaco, con improvvisa serietà. L’uomo col trench lo guardò negli occhi. E lì successe qualcosa di minuscolo e devastante: un dettaglio, una piega del viso, una cicatrice sopra il sopracciglio. Un riflesso che non apparteneva allo specchio ma al tempo. Sentì un colpo secco nello stomaco, come quando la memoria decide di essere sincera. «Perché… — disse piano — qualcuno una volta non si è fermato».
L’ubriaco seguì il suo sguardo, come se anche lui stesse iniziando a vedere. Le chiavi gli scivolarono di mano e caddero sull’erba, un suono morbido, definitivo. Restarono così, uno di fronte all’altro, separati solo da qualche anno e da una scelta mancata.
Il giardino trattenne il respiro. Poi l’uomo col trench fece un passo indietro e sparì, come fanno le cose necessarie. L’altro si sedette sulla panchina, si addormentò e per la prima volta, senza saperlo, si svegliò vivo.
Il tempo è un giardino dove ci si incontra sempre due volte.
Davide Zardo

