Il 12 settembre di vent’anni fa Benedetto XVI varcava la soglia dell’Università di Ratisbona per pronunciare una lectio magistralis sorprendente. Col rigore e la profondità tipici dei suoi interventi, il Pontefice richiamava l’attenzione di quell’ambiente di cultura e di ricerca su un tema che, dai primi secoli del cristianesimo, continua ad attraversare la storia della fede e dell’uomo: il rapporto tra fede e ragione.
Pur sommerso da inutili polemiche su un suo passaggio — per quella straordinaria abitudine del sistema mediatico di concentrarsi su un dettaglio senza perdere tempo a leggere l’insieme — il discorso conduceva, attraverso una serie di provocazioni e documentate citazioni storiche, a un’idea ben precisa: la ricerca della verità che abita il cuore dell’uomo necessita della ragione e chiede ad essa di ampliare i propri orizzonti, per incontrare la fede in un dialogo fecondo che supera ogni violenza e ogni scontro. Proprio il riferimento al rapporto tra ragione, fede e violenza, presente fin dalle prime battute, fece divampare la polemica. A far paura era forse, al di là del pretesto, un aspetto che ancora oggi costituisce un problema all’interno del dibattito pubblico: la libertà di leggere la storia con uno sguardo lucido e di interpretare criticamente ciò che un dogmatismo “laico” sembra ormai dare per scontato. Isolare una frase dal suo contesto consentì allora di eludere la questione di fondo e mostra ancora oggi un meccanismo ben riconoscibile. Per dirla più semplicemente, si tratta dell’imperante mantra del “politically correct” che toglie voce a chi vorrebbe semplicemente riflettere su ciò che il contesto culturale presenta come scontato e ineluttabile. Questo stile ha origini ben radicate nel tempo, se già nel 1905 il celebre scrittore Gilbert Keith Chesterton, nel suo testo “Eretici”, poteva, preoccupato, vaticinare:
Si accenderanno fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. Si sguaineranno spade per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate.
Benché egli si riferisse allo scetticismo radicale dei pensatori del suo tempo, si può vedere in nuce quel relativismo che avvelena molti campi e diventa facilmente un cappio per ogni forma di pensiero divergente. Quando ogni verità viene dissolta, infatti, non ne deriva necessariamente una maggiore libertà: finisce spesso per imporsi come indiscutibile ciò che il potere culturale dominante stabilisce come tale. Benedetto XVI ha denunciato questo meccanismo lungo tutto il suo pontificato, rivendicando per la Chiesa e per la coscienza credente uno spazio libero di riflessione, dal quale soltanto possono generarsi dialogo e rispetto. Il discorso di Regensburg indica ancora oggi una via d’uscita dal pericolo di un pensiero unico. Un pensiero che, con la pretesa di essere libero e liberante, rischia invece di chiudere l’uomo in un vicolo cieco. Se la violenza non può mai essere il linguaggio del cristiano, restano tuttavia vere quelle parole del Vangelo nelle quali Gesù usa le immagini del fuoco da accendere e della spada che divide. Immagini da evocare non per richiamare una difesa armata della fede da nemici veri o presunti, ma per divenire consapevoli di quella ragionevolezza alla quale affidarsi per liberarsi dalle catene di un indifferentismo disumanizzante e, alla fine, sempre deludente.
don Carlo Cattaneo

