L’Intervista / Daniele Bicego, la musica è memoria

Arriva a bordo di una Citroën DS verde, il mitico “Squalo” degli anni ’70, con sedili confortevolissimi che sembrano fatti apposta per viaggiare indietro nel tempo. È un altro segno del suo amore per il collezionismo, una passione che nel 2025 ha portato Daniele Bicego ad allestire il Museo della Musa a Gropello Cairoli, in una vecchia cascina della campagna lomellina che prende il nome, Molino Corte, dall’adiacente mulino ormai non più in funzione. Qui, tra sale espositive, un piccolo centro di documentazione, un fienile trasformato in sala conferenze e un grande portico che d’estate diventa spazio per concerti e iniziative, sono raccolte una settantina di cornamuse e strumenti a fiato provenienti da ogni parte d’Europa e del Mediterraneo.

Daniele Bicego

Daniele, quando hai cominciato a collezionare cornamuse?

«Le costruisco di professione, ho iniziato nel 1998. Adesso non so più dove metterle, e sto pensando di ampliare i locali». Da un mestiere, dunque, è nata anche una collezione. Ma quando hai capito che quelle cornamuse potevano diventare qualcosa più che semplici strumenti musicali? «Quando cominci a costruirle devi necessariamente conoscerle a fondo. Devi capire come sono fatte, quali materiali vengono utilizzati, come funzionano, quali sono le differenze tra uno strumento e l’altro. E a quel punto nasce anche la curiosità di cercare gli strumenti originali, soprattutto quelli più antichi».

Il Museo della Musa è ospitato in una cascina molto particolare. Quanto conta il luogo nel progetto del museo?

Il museo nasce proprio in questo ambiente rurale. La cascina, il vecchio mulino, il portico, il fienile: tutto contribuisce a creare un’atmosfera che è coerente con quello che vogliamo raccontare. Non è un museo costruito in un contenitore neutro, ma un luogo che appartiene alla storia del territorio.

La collezione, però, va ben oltre l’Italia.

«Sì. Gli strumenti sono stati acquisiti nel corso di molti anni direttamente dai fabbricanti, oppure come nel caso di quelli più antichi, in vendite all’asta, o da privati».

E oggi il visitatore può compiere un vero e proprio viaggio geografico attraverso la musica.

«È uno degli aspetti più interessanti della collezione. Ci sono strumenti dell’Italia settentrionale e del Canton Ticino, dell’Italia centro-meridionale, della Francia, della penisola iberica, delle isole britanniche, dei Paesi baltici, del Mediterraneo, dell’Europa orientale e della penisola arabica».

Sono strumenti molto diversi tra loro.

«Sì, e anche all’interno della stessa tradizione possono esserci differenze notevoli. Alcune cornamuse sono costruite in diverse misure e quindi in diverse tonalità, altre esistono in versioni differenti a seconda della zona di provenienza o della loro complessità. La differenza principale tra la zampogna e la cornamusa, ad esempio, sta nel fatto che la prima ha due canne melodiche, suonate con le mani separate, mentre la seconda ne ha una sola su cui agiscono entrambe le mani come negli strumenti a fiato più comuni».

Nel museo non ci sono soltanto cornamuse, ma anche flauti e persino un vecchio organo “armonium” americano.

Sì, ci sono altri strumenti tradizionalmente associati alle cornamuse, o che oggi vengono utilizzati per accompagnarle. Questo permette di capire meglio il contesto musicale nel quale quei manufatti sono nati e sono stati utilizzati.

Ma il cuore della tua ricerca sembra essere la müsa delle Quattro Province. Che cosa ti ha affascinato di questo strumento?

«La müsa è uno strumento che appartiene a un territorio preciso e a una tradizione musicale particolare. È stata riscoperta alla fine degli anni Settanta e rimessa in funzione nel decennio successivo da alcuni gruppi del folk revival italiano. Io ho cominciato a studiarla e a costruirla, cercando di comprenderne le caratteristiche e di ricostruirne la storia».

Nel 2024 hai pubblicato “Cantami, o müsa – La cornamusa delle Quattro Province”. Perché hai sentito la necessità di dedicare un libro a questo strumento?

«Perché mancava un lavoro organico sulla müsa. Nel libro ho cercato di affrontarne la storia, l’etimologia, i metodi costruttivi, la pratica musicale e il repertorio».

Il volume contiene anche immagini, disegni e spartiti.

«Sì, e c’è anche un codice QR che permette di ascoltare alcuni brani che ho registrato con i musicisti più rappresentativi della scena musicale di oggi. Era importante non limitarsi alla parte scritta, ma dare la possibilità di ascoltare direttamente lo strumento».

Che cosa rischieremmo di perdere se la tradizione delle cornamuse e degli strumenti popolari scomparisse?

«Perderemmo una parte della memoria dei territori. Uno strumento tradizionale non è soltanto un oggetto: racconta le persone che lo hanno costruito, quelle che lo hanno suonato, le feste, i balli e le occasioni nelle quali veniva utilizzato».

Il Museo della Musa, però, non vuole essere soltanto un luogo dove guardare strumenti dietro una teca.

«No. L’associazione è nata proprio con l’obiettivo di fare ricerca, raccolta e diffusione della musica e degli strumenti tradizionali e popolari di ogni epoca e paese. Per questo organizziamo mostre, concerti, seminari, conferenze, serate a ballo, incontri, corsi di musica, stage e workshop. Se qualche visitatore mi chiede di suonare una cornamusa, io lo faccio».

La musica, quindi, deve continuare a vivere.

«È fondamentale. Uno strumento tradizionale non deve diventare soltanto un reperto da museo. Deve poter essere suonato, ascoltato, studiato e trasmesso».

Il museo è stato inaugurato nel marzo del 2025. Che cosa hai provato quel giorno?

«È stato il risultato di un lavoro cominciato molto tempo prima. Vedere finalmente gli strumenti raccolti in un luogo nel quale potevano essere conosciuti e ascoltati è stata una grande soddisfazione».

Se dovessi spiegare a qualcuno che non ne ha mai ascoltata una perché una müsa merita di essere conosciuta, che cosa gli diresti?

«Gli direi di ascoltarla. Perché certe cose non si possono spiegare soltanto a parole. Bisogna sentirne il suono».

E forse è proprio questo il senso ultimo del Museo della Musa: sottrarre questi strumenti al silenzio delle cose dimenticate e restituirli alla loro dimensione naturale, quella del respiro. Perché una cornamusa, prima ancora di essere legno, pelle, canne e ance, è aria che diventa musica. E dentro quella musica continua a vivere una parte della memoria dei luoghi. Daniele prende una zampogna del centro-Italia, vi soffia dentro. E subito la stanza si riempie di un ricordo infantile di caldarroste e di neve. Per alcuni secondi che sembrano un’eternità, è già Natale.

Davide Zardo

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