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    Ambrogio Bellazzi, un curioso caso di omonimia

    Un vero e proprio incrocio di storie quello “degli” Ambrogio Bellazzi, due pittori vigevanesi di fine ‘400 e inizi ‘500, entrambi accomunati da nome e professione. La loro storia è stata ripercorsa la sera di lunedì 19 aprile dallo studioso Edoardo Maffeo, durante la diretta Facebook sulla pagina della Società Storica Vigevanese.

    La conferenza, intitolata “Ambrogio Bellazzi. Un pittore vigevanese nel Piemonte del primo Cinquecento”, ha lo scopo di analizzare con attenzione i vari documenti risalenti dagli archivi dell’epoca, così come le innumerevoli opere artistiche, al fine di raccontare al meglio questa curiosa coincidenza che accomuna i due artisti vigevanesi. Spesso, infatti, i due pittori vengono considerati erroneamente come un’unica persona.

    «La prima testimonianza che abbiamo di Ambrogio Bellazzi – racconta Maffeo – risale al 17 dicembre 1493, quando l’artista vigevanese presentava una petizione alla cancelleria ducale. In questa petizione, il Bellazzi intendeva riottenere la sua casa, la quale gli era stata tolta e abbattuta dall’autorità ducale, intenzionata a costruire la nuova piazza vigevanese, tanto voluta da Ludovico il Moro.» L’Ambrogio Bellazzi di cui si parlava in questi documenti, è Giovanni Ambrogio Bellazzi, figlio di “domini Colombini”. L’artista operava, in particolar modo, nel territorio milanese per conto del Moro, il quale gli aveva assegnato il compito di dipingere le effigi e gli stemmi del ducato. Sicuramente le sue opere più importanti e degne di nota, sono gli affreschi nella chiesa della Madonnina di San Paolo di Cantù, in provincia di Como, attualmente utilizzata come battistero. È nel 1514 che Bellazzi firma gli affreschi nella cappella della Madonnina, ispirati alle opere del pittore tedesco Albrecht Dürer.

    Un anno dopo nel febbraio 1515, Ambrogio Bellazzi, insieme all’artista Cristoforo de Mottis, si recano presso il notaio Boniforte Gira per creare una loro società. Purtroppo, il 3 dicembre dello stesso anno, siamo venuti a conoscenza di un altro atto notarile, questa volta redatto dalla figlia del Bellazzi, che liberava il de Mottis da ogni obbligo, in quanto l’artista vigevanese era deceduto.

    Tuttavia, compare un successivo atto notarile, datato 27 novembre 1516, in cui un altro maestro di nome Ambrogio Bellazzi da Vigevano affittava una bottega a Casale Monferrato. Quest’altro artista vigevanese era Ambrogio Bellazzi, figlio di maestro Francesco e, dalle testimonianze che sono state ritrovate, è possibile ripercorrere la sua carriera artistica. Il “secondo” Bellazzi, infatti, operava soprattutto in Piemonte e in Valle d’Aosta e molte sono le opere che lo hanno reso celebre. Un esempio, è la decorazione, ormai non più visibile, della Torre Civica di Casale Monferrato, affidatagli nel 1507 dai consoli della città piemontese. Troviamo il Bellazzi nel 1524 ad Aosta, dove gli era stata commissionata la realizzazione di una facciata di gusto rinascimentale per la cattedrale di Santa Maria Assunta e San Giovanni Battista. La particolarità di questa facciata risiede nel fatto che sia costituita sia parti dipinte, sia da statue in terracotta policroma. Ultime, ma non per importanza, la partecipazione al progetto di ristrutturazione della Chiesa di San Pietro nel 1527 a Châtillon e, tra il 1526 e il 1528, la realizzazione della decorazione alla cappella di Santa Lucia nella cattedrale di Santa Maria Assunta e San Giovanni Battista, sempre ad Aosta. Con le loro opere, i due artisti omonimi hanno sicuramente segnato l’arte cinquecentesca lombardo-piemontese.

    Rita Cardinali

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