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lunedì, Ottobre 26, 2020
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    Beato Matteo, pontificale sulla pandemia

    Vincere la morte, eliminarla per sempre. Mai come in questo momento storico l’immagine della morte è così precedente a ciascuno e alle comunità. E la morte è stata uno dei temi che il vescovo Maurizio Gervasoni ha toccato nella sua omelia pronunciata durante il solenne pontificale in occasione della festa del Beato Matteo, davanti alle autorità cittadine e in mezzo alla gente di Vigevano. «Vincere la pandemia – ha detto il vescovo senza nascondersi però quanto la situazione sia socialmente, culturalmente e personalmente pesante – non significa vincere la morte, significa semplicemente dilazionarla». Il problema vero, infatti, sta altrove. E monsignor Gervasoni ha provato a condurre una riflessione che mettesse a fuoco i problemi che stanno dietro alle gravi situazioni che stiamo vivendo e considerando l’atteggiamento con cui il cristiano le deve affrontare. La lettura del cristiano in ordine all’attualità è stata richiamata, nella liturgia di questa domenica, dalla prima lettura, nella quale il profeta Isaia parla del suo sogno (narrazione di un desiderio) e dalla contemplazione del paradiso terrestre (il banchetto preparato dal Signore degli Eserciti) sul monte Sion, un luogo dove «l’umanità è completamente riconciliata con l’uomo, con il mondo, con gli animali e vive per sempre nella pace». Ma cos’è quel monte? Stare su quel monte significa porsi «nell’osservanza della Parola di Dio che Israele custodisce e nella quale tutti i popoli troveranno la pace» ha detto il vescovo. Guardando al nostro presente, monsignor Gervasoni ha sottolineato l’intreccio esistente tra pandemia e globalizzazione: la prima è frutto evidente della seconda. «La globalizzazione – ha proseguito mons. Gervasoni – è una condizione dell’economia, della finanza, ma anche delle relazioni tra le persone. E anche dell’aspetto ecologico: stiamo rovinando il pianeta. Stiamo facendo una globalizzazione scriteriata. E le conseguenze negative si fanno presenti molto più di quelle positive». E’ a questo punto che ha nuovamente richiamato il valore e l’attualità della pagina veterotestamentaria di Isaia che era stata proclamata poco prima dal lettore, domandandosi e domandando ai presenti qual’è allora la condizione per “accedere al monte Sion”. La risposta è risuonata semplice, ma fortemente provocante: «fare la volontà di Dio». Perchè la pace tra i popoli e tutto quello che ne consegue, ha proseguito il vescovo, «non riusciremo a realizzarla con la nostra politica. Me ne convinco sempre di più. La salvezza dell’uomo non può essere opera dell’uomo». La parabola evangelica della festa del re appena proclamata lo spiega bene. La pace umana si scontra con gli interessi di ciascuno e di ciascun popolo. Gli invitati non vanno alla festa perché hanno altro da fare. «Ognuno ha le sue cose da fare, i suoi interessi, per cui la festa del re non interessa». Ma il re vuole far festa. E invita “quelli che non hanno niente da fare”, tutti gli altri. Ma l’evangelista inserisce, nella parte finale della parabola, l’osservazione su quell’unico invitato trovato senza veste nuziale. C’è chiedersi cosa sia quella “veste nuziale”. Dio chiama, ha proseguito il vescovo, ma «non dobbiamo credere di poter fare i nostri interessi, dobbiamo fare gli interessi del re, dobbiamo partecipare alla festa, col cuore, perché se non partecipiamo col cuore alla gioia del re siamo come quelli che non hanno accettato l’invito». E’ a questo punto che la riflessione fa emergere quella che mons. Gervasoni ha definito “la provocazione forte del Cristianesimo”. Partecipare della Salvezza, cioè della festa del re, è partecipare con gioia sentendola come «nostro profondo interesse, come desiderio che illumini il nostro cuore, la nostra vita. Non come occasione da sfruttare». Ma cosa significa – si è chiesto ancora mons. Gervasoni – partecipare col cuore? La risposta l’ha presa da un’espressione di papa Francesco: è vivere lo stesso amore generativo di Dio. In quell’amore siamo fratelli che condividono tra loro e con Dio quello stesso amore generativo. E’ per questo – ha proseguito il vescovo – che «a noi deve stare a cuore ciascuno, perché è nostro fratello: l’unico modo che abbiamo per partecipare di questa fraternità universale è avere lo stesso amore di Dio». E sottolineando come i due contesti – di fede e politico – siano diversi, mons. Gervasoni ha ribadito che «la politica è un passo sotto, non è necessario che ami, è necessario che sia giusta. L’esercizio politico del bene si chiama laicità, che condivide la giustizia lasciandosi ispirare dalla carità». Aggiungendo infine: «Noi cristiani dobbiamo testimoniare la carità».

    Carlo Ramella

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