11 ottobre, XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Dio prepara una festa e noi rischiamo di avere altro da fare. È il paradosso che attraversa il Vangelo della XXVIII domenica del Tempo ordinario: il Signore ci offre la comunione con lui, mentre noi difendiamo l’agenda, le abitudini, le nostre piccole sicurezze.

Nella parabola di Matteo il regno dei cieli prende la forma di un banchetto nuziale. Al centro c’è il figlio del re: la gioia a cui siamo chiamati è l’incontro con Cristo, lo Sposo che dona se stesso per la salvezza dell’umanità. La fede nasce da questo amore che ci precede. Prima delle nostre opere, prima dei meriti, c’è un invito. Eppure gli invitati rifiutano. Alcuni tornano al campo o agli affari, altri arrivano alla violenza contro i servi. Ci inquieta riconoscere quanto possa essere ordinario il primo rifiuto: basta lasciare che tutto il resto venga prima di Dio. Il lavoro, le responsabilità, persino le cose buone possono occupare il cuore fino a renderlo indisponibile. Si può perdere l’essenziale senza accorgersene, rimandando ogni giorno la preghiera, il perdono, una scelta di carità. La durezza delle immagini di giudizio scuote questa indifferenza: la libertà umana è presa sul serio e il rifiuto dell’amore ha conseguenze reali. Ma l’invito raggiunge le strade e la sala si riempie di persone, buone e cattive. È una speranza per chi si sente indegno, per chi porta ferite o ha una storia da ricominciare. Nessuno deve aspettare di essere perfetto per lasciarsi incontrare dal Signore.

La Chiesa è mandata a portare questa chiamata anche dove sembrano mancare le condizioni per accoglierla, riconoscendo in ogni persona qualcuno per cui Cristo ha dato la vita.

Poi arriva il particolare che sorprende: un commensale è senza abito nuziale. Perché chiedere un vestito a chi è stato raccolto per strada? La domanda ci conduce oltre l’apparenza. L’abito richiama una vita che accoglie la grazia e si lascia trasformare. Nel Battesimo siamo rivestiti di Cristo; questo dono domanda di diventare fede operosa nella carità. Il posto a tavola non si compra con i meriti, ma l’amore ricevuto chiede una risposta libera. Possiamo frequentare la chiesa e custodire rancori, ascoltare il Vangelo e sottrarci al fratello, accostarci alle cose sante senza desiderare la conversione. La parabola ci invita a esaminare il cuore. La misericordia ci raggiunge proprio per liberarci dal peccato e renderci capaci di amare. Ogni Eucaristia ci introduce nella comunione con il Signore e anticipa il banchetto eterno. Alla sua mensa impariamo che la vita è dono ricevuto e condiviso. Prepararci significa domandare perdono, ricorrere al sacramento della Riconciliazione quando necessario e portare all’altare anche la disponibilità a cambiare. Questa domenica il Signore ci chiama a fare spazio alla sua gioia. L’abito da indossare è la vita nuova che egli ci dona: una fede che diventa ascolto, un perdono finalmente offerto, un povero accolto. Oggi possiamo rispondere lasciandoci guidare dalla grazia di Dio. La festa è pronta. E noi?

don Carlo Cattaneo

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