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    Duomo, i restauri di 190 anni fa

    Nell’Ottocento la nostra Cattedrale vide i più grandi restauri degli ultimi secoli, precisamente negli anni che vanno dal 1828 al 1830. Dalla morte del Vescovo Toppia all’ingresso del nuovo Vescovo Giovanni Battista Accusani. Per richiamare quanto avvenne all’intero della Cattedrale di S. Ambrogio in quegli anni ci serviamo di due fonti in particolare: La “Memoria intorno alle opere di Ristauro e di abbellimento eseguite nella Chiesa Cattedrale di s. Ambrogio di Vigevano negli anni 1828.1829.1830” dell’Avvocato P. Giorgio Bianchi in occasione dell’ingresso del Vescovo Accusani il 17 ottobre 1830 e il testo “Vigevano ed i suoi Vescovi del prevosto Mazzini don Lorenzo del 1893”.

    E’ l’avvocato Bianchi a ricordarci come era la nostra Cattedrale prima dei lavori di restauro nel 1828: “ Cotesto tempio, e per la sua vetustà, e per la sua bassa posizione, sopra un terreno umido a cagione delle sotteranee inondazioni dette volgarmente “barzene”, onde gran parte della città è invasa, già da parecchi anni faceva manifesto il bisogno di grandi restauri. Il suolo particolarmente formato di rozzo ghiarone era divenuto tutto guasto e pericoloso, perciocchè sebbene da circa 40 anni sia stato sbandito anche in questa città il pio, ma perniciso uso di tumulare i morti nelle chiese, e sia stato costruito il pubblico cimitero di S. Sebastiano fuori di città, pure li ampi e profondi sepolcri, e comuni e particolari che esistevano nel nostro duomo, riempendosi d’acqua barzena per più mesi dell’anno, minacciavano le fondamenta di tutto l’edificio, e l’umidità salendo su pei muri laterali aveva si fattamente annerita, e macchiata tutta la faccia interiore del tempio, che era un’indecenza e una compazzione il vederla”.

    Così invece il Mazzini: “ L’edificio stesso vedevasi assai indecente; gli ornati erano guasti dal tempo, le balaustre infrante, il pavimento corroso e rovinoso: era adunque da tutti desiderata una totale restaurazione ed i mezzi mancavano. Mons. Toppia tuttavia non si perdette d’animo: confortato dallo zelo del Capitolo, fidente in Dio, nella munificenza del re Carlo Felice, nella generosità della civica amministrazione e nella pietà del popolo vigevanese senz’altro pose mano alla grandiosa impresa”. Si deliberò prima di tutto di togliere tutte le sepolture esistenti sul pavimento della Cattedrale, riempendo poi le fosse rimaste di terra e trasportando all’esterno, in quello che già storicamente era stato un cimitero, accanto alla Cappella di S. Carlo, i resti mortali dei vescovi e dei canonici, “che sole conservar si debbono secondo i regolamenti”.

    Si procedette poi tolto il vecchio pavimento a stendere un buon strato di ghiaia viva e poi una pavaminetazione di ciotoli con altro strato di ghiaia su cui, infine, posare il pavimento nuovo tutto di marmo a quadri bianchi e neri e “con far rifondare, dove è d’uopo i muri, massimamente de’ piloni, che le navate sorreggono, e la cupola e scrostare i muri stessi per rivestirli di nuova ricciatura ed intonicato. Prese queste deliberazioni il duomo venne chiuso il 7 gennaio 1828 per votarlo, e por subito mano all’opera”. (P.Giorgio Bianchi). “Per le funzioni pontificali e capitolari venne scelta la chiesa parrocchiale di S. Pietro m.” (Mazzini)

    Il Mazzini ci da qualche indicazione differente rispetto a quanto sopra: “Chiuso il duomo, si cominciò a levare il pavinento antico. Tutti i sepolcri in cui riposavano gli avanzi dei vescovi furono aperti e quelle ceneri e quelle ossa raccolte con molta pietà furono riposte in due piccoli sepolcri al lato destro dell’altar maggiore. Gli avanzi dei vescovi sepolti nella cappella di S. Carlo furono rinchiusi in un sepolcreto nel muro laterale dell’istessa cappela dalla parte del Vangelo sotto la finestra e non venne posta alcuna iscrizione. Però una speciale destinazione fu data alle ossa del venerabile Odescalchi. Alla presenza di Mons. Toppia e di altri distinti personaggi colle memorie opportune furono riposte in una cassa di legno e sepolte a parte con apposita iscrizione in marmo. La lapide del ven. Odescalchi vedesi affianco di quella del grande Caramuele, cioè alla sinistra di chi entra nell’attuale sacrestia dei cappellani, quindi la certamente saranno pure quei venerati avanzi”. Prosegue il Bianchi: “Ma, come suole accadere che una cosa altra ne richiama, cui dapprima non erasi rivolto il pensiero, il vescovo e i canonici, tosto si avvidero che rifatto il pavimento di marmo e ridotte le muraglie a migliore apparenza, molto ancora mancava a rendere il tempio rispondete a codesti fondamentali ristauri e degno della maestà del luogo. Le pareti del coro, del frontone dell’abside del presbiterio, e dei piloni della maggior nave troppo nude sarebbero comparse. La povertà degli altari, e principalmente del maggiore, e per la qualità dei marmi e per l’umiltà del disegno, un indecoroso contrasto, fatto avrebbero con la magnificenza del suolo… Desiderosi perciò di raggiungere anche questo intento chiamarono da Milano l’esimio celebratissimo disegnatore e architettore Alessandro Sanquirico, e presi con esso gli opportuni concerti, ed affidatagli la direzione e soprantendenza generale, di tutte le opere, vi diedero alacremente principio. I cancelli di ferro furono levati, demolita l’ara massima, e quelle delle Cappelle del Crocifisso, del Corpo del Signore, dei Ss. Jacopo e Filippo, di S. Maria Elisabetta e di S. Pietro, interrate le sepolture, erette le nuove pei vescovi e pei canonici nel luogo indicato, aprendone l’ingresso in un fianco della Cappela di S. Carlo con bella porta di marmo nero. Il pavimento similmente di marmo eseguito nel modo sopra divisato; così le balaustrate, gli altari e le cantorie, i due pergami ed i banchi rifatti a spese di tutti quei cittadini che vollero conservarne la proprietà, come l’avevano dapprima…

    L’altare maggiore poi disegnato dal Sanquirico ed eseguito dal marmoraio Giuseppe Rossi di Milano per lo prezzo di scudi 2333 ed un terzo in moneta milanese, è costrutto di scelti marmi, sormontato d’un tempietto formato da sei colonne d’un sol pezzo di marmo appellato armandolata di Verona…. Ma al conseguimento di questo voto comune un fortissimo ostacolo s’attraversava malagevole a superarsi, quello cioè della spesa occorrente. Il savio e benemerito nostro vescovo Toppia, il generoso protettore, il più zelante promotore della rinnovazione del nostro tempio cattedrale, venne inaspettatamente e con universale rammarico a morte il 30 di luglio del 1828 … Uopo fu dunque chiamare anche questa volta in soccorso la pietà e generosità de’ viventi nostri cittadini e questi non furono sordi all’appello. Una pia associazione di è quindi tostamente formata di alcune zelanti persone, che assunto di buon grado il carico di collettare le spontanee offerte, si accinsero senza ritardo all’impresa... una somma si raccolse di quasi L 7000 di Milano, che unita ai fondi propri della sagrestia…agli assegni fatti vivendo ed ai legati morendo dal vescovo nel suo testamento, al carico indossatosi da donna Maddalena Fusi … e finalmente a qualche altro donativo fatto dalla città, presentò un ammasso di circa L 120,000 di Piemonte bastante per compimento di ogni cosa”. Ora alla nostra Cattedrale spetta una nuova “avventura” non meno impegnativa delle precedenti!

    don Mauro

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