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venerdì, Maggio 14, 2021
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    HomeDiocesiLe riflessioni del Vescovo durante le celebrazioni pasquali

    Le riflessioni del Vescovo durante le celebrazioni pasquali

    L’esperienza della Pasqua è di un evento che trasfigura la vita dell’uomo in testimonianza dell’Amore con Dio che lo ha creato. Riflettendo sul senso della celebrazione della Veglia pasquale, la sera del Sabato Santo, il vescovo Maurizio Gervasoni si è interrogato su cosa voglia dire risorgere e sul significato di speranza alla luce degli eventi evangelici che la Chiesa celebra in questa settimana. Davanti al sepolcro vuoto («nel Sabato Santo – ha detto – noi contempliamo il silenzio della tomba, perchè Gesù è morto davvero»), il Vescovo ha iniziato una meditazione sul senso e il significato di Resurrezione, una riflessione che ha trovato il suo sigillo nell’omelia della Domenica di Pasqua, proclamata durante il solenne pontificale vespertino.

    La benedizione del fuoco

    Resurrezione non è tornare in vita

    Per Gesù non è stato come per Lazzaro. «La Resurrezione di Gesù – ha precisato il Vescovo – non è tornare in vita». Se è così, nasce una domanda urgente: allora noi cristiani cosa crediamo che accade in questa notte? Ma porre le cose in questi termini non ci permette di risolvere il problema, perchè la Resurrezione di Gesù è un evento di fronte al quale non abbiamo esperienza, non fa parte delle cose che possiamo studiare, «è un evento divino, assoluto, che resta nel mistero di Dio. Nessuno ha visto cosa è successo. Riguarda la manifestazione e la presenza di Dio». La Resurrezione di Gesù segna una discontinuità: la condizione di Gesù dopo la Resurrezione non è uguale a quella di prima. «Le apparizioni – ha proseguito mons. Gervasoni – attestano che il Gesù che è morto sulla croce vive nella vita di Dio, la sua vicenda mostra nella sua pienezza il radicale attaccamento alla volontà del Padre, che è capace di trasfigurare il mondo, la vita, di rendere questo mondo il giardino di Dio. Nonostante il peccato; anzi, contro il peccato». Dio insomma fa davvero nuove tutte le cose e trasfigura anche la nostra vita, rende presente la potenza di Dio.

    Un evento di Dio, fonte della speranza umana

    Nella sua esperienza Gesù ha manifestato la volontà di comunione e di amore «che dice la forza di Dio che crea il mondo nuovo». É però una realtà che l’uomo deve attendere con disponibilità e docilità, nella certezza che proviene dalla speranza che scaturisce dalla Resurrezione di Cristo. «Noi – ha detto ancora il Vescovo – dobbiamo aspettare il dono dello Spirito, perchè questa trasformazione non può essere opera nostra. La condizione di Cristo è radicalmente trasfigurata; Gesù va a prepararci un posto affinchè anche noi, riconducendo la nostra vita con Gesù e come Gesù, docili allo Spirito, aspettiamo la trasfigurazione del nostro corpo, pienamente e per sempre». La Resurrezione di Gesù «è il modo più alto con cui il Signore si manifesta a noi e ci dà la speranza, una speranza che non è riconducibile a condizioni generiche di speranza». Ê cosa ben diversa dalla speranza che, un po’ banalmente, mettiamo nei messaggini di augurio di Buona Pasqua in questi giorni, convinti che, siccome Gesù è risorto anche la pandemia passerà. Non è questa cosa la Redenzione. Quella di Cristo e cui anche noi saremo chiamati «trasforma i gesti di tutti i giorni rendendoli significativi dell’incontro con il Signore».

    L’incontro con il Signore risorto

    Per l’uomo questa trasformazione della vita si concretizza nella Messa. «Il mangiare insieme, nella memoria del Signore, diventa l’incontro con lui che ci unisce insieme nella fede e nell’amore: questa è la Pasqua» ha precisato mons. Gervasoni. La Liturgia è, insomma, nella storia dell’uomo, il momento più alto «con cui noi riferiamo in Cristo la nostra vita alla potenza trasformatrice di Dio. Di più non possiamo fare, perchè non siamo ancora morti, perchè la potenza di Dio si manifesterà ancora nella pienezza della nostra Resurrezione finale, che però in Cristo è già data, è già realizzata, è piena».

    Un mistero da testimoniare

    Nella parte conclusiva della sua meditazione davanti al sepolcro vuoto di Gesù il Vescovo ha ricordato che «non dobbiamo aver paura di confessare che Cristo è risorto, perchè Dio è con noi, è la vita di Dio che è in noi; egli ci ha donato veramente la vita, proprio perchè è passato dalla morte. Questo è quello che ci caratterizza, quello che giustifica la nostra speranza». Il nostro impegno deve essere quello di comunicare il suo Amore per la creazione, per gli uomini: è quello che ha fatto Gesù con la sua Passione e Morte e che la Chiesa rivive nei giorni del Triduo pasquale. Proprio alla luce del mistero della Resurrezione, la Chiesa crede che Gesù non è stato soltanto un grande maestro, meritevole di essere imitato. Egli è il cuore della fede cristiana, «è una Parola assoluta, un evento radicale, escatologico, da cui noi deriviamo». E in questo evento Egli ci attende «e chiede – ha concluso mons. Gervasoni – che la nostra vita sia trasfigurata, trasformata, che sia testimonianza di quell’amore con cui Egli ci ha creato». Nella luce della Domenica Il tema della Resurrezione ha occupato interamente la riflessione di monsignor Gervasoni nell’omelia della domenica di Pasqua. Un tema molto particolare, perchè è il cuore della fede cristiana, ma anche perchè «nella nostra esperienza la morte pone la parola fine definitiva all’esistenza degli individui e noi non possiamo sapere, per esperienza, di cosa si tratta quando parliamo di Resurrezione». Muovendo dalla definizione su cui aveva condotto parte della riflessione del Sabato Santo (la Resurresione è un evento divino; dopo la Resurrezione Gesù è in una condizione completamente nuova), mons. Gervasoni ha sottolineato che l’evento al centro della festa di Pasqua è «ciò che dà senso alla nostra storia, perchè è un atto di Dio che finalmente vince il male radicale dell’uomo, che è il peccato».

    Un radicale cambiamento

    Il riconoscimento della Resurrezione di Gesù chiede però, nell’uomo, un radicale cambiamento: lo trasforma in testimone. Il passo evangelico della cena di Emmanus è emblematico. Prima Gesù chiede di riflettere: siete sicuri di aver capito bene chi era il Messia? Perchè il problema è rendersi conto che «la vita di Gesù rendeva presente la potenza di Dio in un modo diverso da quello che loro avrebbero immaginato». É una prospettiva diversa. Ê alla locanda che questa si manifesta. Gli chiedono di rimanere. Hanno percepito «il senso del finire e, come nell’Ultima Cena, accade loro di riconoscere». E, nella notte, tornano a Gerusalemme per dare l’annuncio che Cristo è vivo.

    Il nuovo inizio

    Sono cambiati, «non sono più persone votate alla morte, ma sono nel nuovo giorno. É l’inizio nuovo, non è la buona fine» di un Gesù che che è risorto come Lazzaro, cui è andata bene. É un nuovo inizio. «Ecco il senso della Pasqua – ha proseguito il Vescovo – una prospettiva di vita finalmente riconciliata, piena di senso, piena di eternità». É un ritorno alla vita di sempre «con occhi nuovi, con uno spirito nuovo, con lo Spirito che Gesù ha reso possibile, passando beneficiando, facendo risorgere, dando vita, dando verità». É la Resurrezione. La vita continuerà con le sue difficoltà, ovviamente, senza sconti, ma «ci vien data la chiave per una vita nuova, per una vita risorta, che non teme la morte perchè continua ad affidarsi alla potenza dell’Amore di Dio e anche di fronte alla morte si affida ad Essa». Se resta la difficoltà del morire. «non ci vien data la disperazione del peccato, che è la vera morte». Come per Gesù É per noi come è stato per Gesù: la potenza di Dio ci instituirà nella Resurrezione. Ma non adesso pienamente. «Questo fa parte del mistero di Dio, dobbiamo solo aspettare». Intanto siamo testimoni «di una vita nuova, una vita eterna: a questo siamo chiamati. Il senso profondo della mia vita è la vita del Signore». Dunque, la Pasqua dice «l’evento assoluto, nuovo di Dio che vince il peccato, che vince la durezza del cuore che diventa crudele, menzoniero, che si appassiona a voler dominare con la sua forza le cose, gli eventi e non gli rimarrà che il nulla della morte». La Chiesa è testimone di questa vita rinnovata, che non è in nostro potere, «e tuttavia pienamente capace di trasformare tutti noi».

    Carlo Ramella

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