23 giugno, XII Domenica del Tempo Ordinario

«Maestro, non t’importa che siamo perduti?» Chissà quante volte questa domanda, che sta al centro del Vangelo di domenica, ha attraversato la mente e il cuore del credente, immerso in quella tempesta che è la storia umana,  quasi perduto e dimenticato da Colui che dovrebbe essere un “Padre provvidente”. Fa sentire meno soli il fatto che gli stessi apostoli, quotidianamente a contatto con Cristo, si siano trovati nella stessa condizione di paura e di dubbio, così comune all’uomo di ogni tempo, e quasi provocatoriamente imbarazzante per chi si dice fiducioso nell’onnipotenza di Dio. La realtà però è questa e, se la sequela non crea problemi fintanto che si tratta di accogliere una dottrina o di essere spettatori di eventi prodigiosi, di apprendere uno sguardo misericordioso sulle sofferenze dell’uomo e perfino di imparare l’accoglienza di chi è peccatore, è molto più complesso accettare l’apparente impotenza del Creatore di fronte ai drammi e alle paure che sconvolgono la vita delle sue creature. È lì che l’obbedienza tanto dell’apostolo quanto dell’uomo  di strada viene messa a dura prova e l’idea dell’indifferenza di Dio di fronte alla sorte del mondo che ha creato comincia a farsi strada con la tenacia e l’astuzia di una serpe insidiosa.

La via d’uscita da questo empasse ci è presentata nel Vangelo da Gesù stesso attraverso le poche ed incisive parole che rivolge ai suoi.

«Passiamo all’altra riva». Questo il primo invito, segno che, la realtà che ci circonda va affrontata, non fuggita, non falsata e nemmeno edulcorata. Il cristiano è colui che vive nella storia e l’affronta, attraversandola con Cristo sulla barca. La paura e il timore, così come il desiderio di fuga ma si conciliano con l’atteggiamento credente!

«Perché avete paura? Non avete ancora fede». Così, infatti, il Maestro apostrofa i suoi, evidenziando come nella notte oscura e nel tempo della prova a portare avanti può essere solo una fiducia illimitata in Dio. Certo  visto dall’esterno questo può sembrare uno stile illogico e “fuori dal mondo”, com’è l’impossibile sonno di Gesù a poppa  mentre il lago è in tempesta. In realtà, però, esso è il segno più eloquente di un cuore riconciliato con il mondo dall’abbandono pieno in Colui che è Padre. Solo in questa logica filiale, infatti, diventa possibile calmare e far tacere i flutti angosciati del cuore dell’uomo, sempre timoroso per la sua sorte e sempre portato a cercare di sopravvivere. La scoperta sconvolgente che tutta la storia è dono ricevuto dalle mani di Dio, anche la prova quindi, è la riva a cui si giunge attraverso la tempesta dell’aridità e del dubbio. Ma, occorre ripeterlo ancora, solo se si ha l’umiltà di tenere Cristo con sé, di tenere la sua Parola potente, che comanda ad ogni elemento, all’interno della propria vita, «meditandola nel cuore»e usandola come lente per leggere il mondo, come Maria, donna dell’attesa e Madre di una speranza, più forte di ogni minaccia.

Don Carlo Cattaneo

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