28 aprile, quinta domenica di Pasqua

Nella lunga sezione del Vangelo di Giovanni che contiene quelli che sono chiamati i discorsi di addio di Gesù (capp. 14-17) troviamo queste Sue parole. L’immagine che Lui usa per parlare di sé e del suo rapporto con i suoi è quella della vite e dei tralci. Gesù però sembra voler sottolineare che non è una vite tra le tante, è quella “vera” (come al cap. 10 dice di essere non un pastore tra gli altri ma il «buon» pastore). Non ci sono alternative o surrogati che possono sostituire la vera vite se si vuole portare frutto; tant’è vero che poco dopo afferma

senza di me non potete far nulla.

Però c’è un terzo protagonista di questa similitudine, è l’agricoltore, il Padre Suo. E’ evidente che i tralci di cui parla Gesù nel Vangelo sono i discepoli, oggi però siamo noi chiamati a diventare discepoli per portare frutti abbondanti a gloria di Dio e non a gloria nostra evidentemente. Cosa deve fare il tralcio? Deve portare frutto e per fare questo deve restare unito alla vita ma anche accettare la necessità di essere continuamente potato. Per cui il restare unito a Gesù garantisce la linfa vitale, l’opera del Padre (che sa dove mettere le mani) garantisce una potatura che permette di portare più frutto. Sono due le condizioni che permettono un frutto abbondante: restare uniti alla vita (vera) e lasciarsi potare altrimenti si diventa tralcio improduttivo e quindi inutile.

Ci permettiamo solo un paio di esempi: cercare la gloria di Dio vuol rinunciare alla nostra glorificazione e mai come oggi in epoca “social” questa è una potatura tanto necessaria quanto dolorosa; l’altra potatura necessaria ma dolorosa è quella dal nostro egocentrismo, dall’idolo del nostro “io invadente”. Essere discepoli quindi ci deve mettere nell’atteggiamento di chi accetta di essere continuamente “ridimensionato” dall’amore del Padre, che sa, meglio di noi, quanto e dove dobbiamo essere potati, i tralci improduttivi crescono continuamente; guai illudersi di non aver bisogno di essere potati.

La cura che il Padre ha per noi non è episodica, non è il premio per la nostra bravura, è una cura paziente, incessante, competente. Contempliamo Gesù con i suoi discepoli e mettiamoci anche noi nel gruppo. Lui dice loro queste cose pur sapendo che di li a poco lo abbandoneranno, che lo ascoltano ma sono lontani, che hanno con Lui un legame anche sincero ma fragile, fatto di illusioni e ambizioni, che non reggerà la prova. Siamo così anche noi, sono così anch’io, un tralcio che senza cura e giuste potature non produce nulla se non fogliame, che se non è unito alla vite secca; e allora cosa conta? Restare in Lui tenendo nel cuore le Sue parole, facendo affidamento sul suo amore incondizionato e sulla sua fedeltà, che si rinnova ogni mattina, incessantemente. L’appello di Gesù si fa accorato nella notte che precede la Passione, come lo può essere quello di chi ha deciso di amare i suoi «fino alla fine».

don Paolo Bernuzzi

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