Lo incontriamo nel suo ufficio a Palazzo Pio, sede dei media vaticani. Ci invita ad assistere all’incontro in streaming che il vicario del Custode di Terra Santa, fra’ Ibrahim Faltas, sta tenendo con i giornalisti proprio dagli uffici del Dicastero. Quasi un “toccare con mano” il dramma dei luoghi martoriati dalla guerra. Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero della Comunicazione della Santa Sede, sarà a Vigevano il prossimo 6 dicembre, in occasione del decennale di episcopato del vescovo di Vigevano, monsignor Maurizio Gervasoni, e parlerà dei dieci anni di pontificato di papa Francesco. Ha consentito a rilasciare un’intervista esclusiva per L’Araldo.
Ci piace fare una panoramica sulla comunicazione nella e dalla Chiesa, partendo dalla sera del 13 marzo 2013, quando dalla loggia di San Pietro papa Francesco ha salutato i fedeli sottolineando che il nuovo Vescovo di Roma «i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo». Un’apparente “distanza” che ha saputo colmare.
«Ricordiamo che Papa Bergoglio è figlio di immigrati e arriva da una periferia. Un’esperienza importante per la sua vita e la sua cultura, confermando una priorità che i Vescovi di Roma hanno sempre indicato: l’attenzione per le periferie, sia geografiche sia sociali e culturali. Anche per i suoi viaggi Papa Francesco ha sempre confermato questa priorità per le periferie. Basta vedere le sue scelte per i viaggi in Europa, dove ha cominciato dall’Albania».
Per ridurre queste distanze Papa Francesco ha scelto due itinerari, quello ecclesiale e quello socio-culturale.
«Parto dal primo. Proprio dalla loggia di San Pietro, appena diventato Papa, ha chiesto la benedizione del Popolo di Dio su di Lui. Una scelta che ci porta al cuore del Vaticano II, con il “sacerdozio comune” di tutti i battezzati. Papa Francesco è il primo dei Papi che è diventato sacerdote dopo la fine del Concilio, quindi che si è formato sulla base degli “insegnamenti” del Vaticano II. La dimensione socio-culturale è stata da subito vissuta da Francesco col desiderio di incontrare la gente, di uscire e di rapportarsi con le persone in modo immediato. La gente ha saputo apprezzare la sua immediatezza nel fare le cose di tutti i giorni (basti pensare quando è andato personalmente dall’ottico). Ricordiamo ad esempio il suo primo viaggio a Rio de Janeiro per la GMG quando ha stupito portando con sé la borsa personale sull’aereo. Nel viaggio di ritorno gli ho fatto la domanda su cosa ci fosse in quella borsa e lui molto semplicemente ha risposto: il breviario, un libro di S. Teresina e il rasoio».
Intanto il Sinodo si avvia alla conclusione. Non c’è il rischio che tutto resti solo sulla carta o su dimensioni burocratiche?
«Il rischio della burocratizzazione esiste, è il rischio di porre troppe aspettative su nuove strutture e strategie. Ed esiste sia da parte dei laici che dei preti. C’è il rischio dei laici che vogliono farsi clericalizzare. Ma il Sinodo è una grande opportunità di dialogo e di rinnovamento, è prendere coscienza che sinodalità – cioè il camminare insieme e la corresponsabilità – sono il modo per vivere la comunione nella Chiesa».
È importante imparare a pregare insieme, ad ascoltarsi e a comprendere le ragioni dell’altro.
La comunicazione della Chiesa oggi incide sull’opinione pubblica? Fa cultura?
«Sono convinto che la Chiesa oggi fa cultura nella misura in cui è capace di testimoniare Oggi più che mai l’annuncio è testimonianza. E questo significa uscire dai linguaggi autoreferenziali. La gente oggi ha bisogno di testimoni, di storie di vita. Faccio un esempio: la difesa della vita è importante, ma più che analisi o discorsi teorici, vale il racconto di una madre che ha deciso di tenere il suo bambino invece di abortire. C’è bisogno di questo. Sui media vaticani da due anni raccontiamo come l’enciclica Laudato si’ è stata presa sul serio dalle persone, proponendo storie concrete».
E’ sempre davanti a noi la domanda se sia meglio per la Chiesa avere strumenti di comunicazione propri oppure inserirsi con professionalità nei mass-media.
«Credo che per entrambe le cose ci debba essere un denominatore comune: la professionalità. Oggi la Chiesa è dotata di ottimi mezzi di comunicazione così come può contare su numerosi “comunicatori” che possono inserirsi anche nei diversi programmi dei cosiddetti mezzi di comunicazione generalisti. Bisogna fare tutto con professionalità e serietà. Abbiamo bisogno di buoni comunicatori capaci di essere sul pezzo in qualsiasi dibattito nei diversi programmi televisivi, ma anche progettare mezzi di comunicazione che non abbiano niente da invidiare a quelli cosiddetti laici. Un importante aspetto certamente riveste anche la cosiddetta comunicazione devozionale, che è bella e giusta e richiede la stessa professionalità, perché c’è una sincera e forte richiesta soprattutto da parte delle persone anziane o degli ammalati. Infine importanti i nuovi media, come i social e il digitale, che coinvolgono soprattutto il mondo giovanile. Deve essere al centro della nostra attenzione, perché oggi i giovani si coinvolgono attraverso questi canali… dobbiamo accettare questa sfida!».
In attesa di incontrarla il 6 dicembre a Vigevano, un’ultima domanda: cosa manca alla Chiesa per vivere il compito della evangelizzazione con il carisma battesimale ma anche con la professionalità richiesta oggi?
«La Chiesa ha una potenzialità enorme. Anzitutto perché ciascun cristiano, in virtù del battesimo, ha il compito di “comunicare” il Cristo risorto: tutti siamo chiamati a comunicare. E poi perché può contare su una grande rete: le parrocchie, le comunità, le associazioni… non cerchiamo di vendere un prodotto attraverso strategie di marketing, ma di raccontare un evento che ci ha cambiato e ci cambia la vita. E lo facciamo usando tutti i mezzi che oggi ci sono a disposizione».
don Emilio Pastormerlo

