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lunedì, Giugno 14, 2021
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    Ricordando monsignor Barbero a 50 anni dalla morte

    Furono le campane delle chiese della città a dare il primo annuncio della morte. Era il mezzogiorno del primo aprile di cinquant’anni fa. Ai primi rintocchi del campanone della Cattedrale si unirono poi quelli dei campanili della altre chiese. Monsignor Luigi Barbero era morto poche ore prima, stroncato da un’infarto cardiaco mentre si recava si recava in Seminario per tenere le sue lezioni ai Seminaristi. Il suo episcopato aveva attraversato uno dei periodi più movimentati della storia cittadina e, più in generale, dell’intera realtà ecclesiale.
    Sotto l’impulso della sua azione pastorale la diocesi visse una stagione di radicali cambiamenti, sia materiali che pastorali, confrontandosi con eventi di grande rilievo, come il “boom” economico o la contestazione del sessantotto. A Vigevano era arrivato nel 1952, chiamato dal Papa a succedere a monsignor Antonio Picconi. Aveva soltanto quarantasette anni. Era nato, infatti, il 21 giugno 1905 a Foglizzo, in provincia di Torino, nel Cavanese. Nel 1928 era stato ordinato sacerdote da monsignor Domenico Fontana e nel 1934 fu nominato parroco a Borgomasino, dove rimase fino al momento della nomina episcopale, avvenuta il 26 luglio 1952. Il 7 ottobre fu consacrato vescovo nella Cattedrale di Ivrea. Di carattere fortemente determinato, segnò profondamente la storia della diocesi vigevanese di quel periodo, sia con interventi materiali che ne aggiornarono la struttura e la adeguarono ai tempi, che con un profondo ripensamento della sua impostazione pastorale. Recentemente il suo profilo personale e pastorale sono stati ricostruiti con precisione e lucidità da don Cesare Silva sulle pagine dell’Aurora della Lomellina, mentre sulle pagine dell’Araldo don Giancarlo Padova, negli anni scorsi, ha ricostruito i passaggi fondamentali della partecipazione di mons. Barbero al Concilio Vaticano II.

    Il Concilio fu infatti il grande evento che attraversò il periodo episcopale di mons. Barbero. Il Vescovo vigevanese vi partecipò con entusiasmo e spirito di aggiornamento anche personale. Nel suo articolo, don Silva sottolinea che mons. Barbero – animato da un sincero entusiasmo e da vivo interesse per i lavori dell’assise – andò al Concilio con l’idea di imparare e di mettersi in discussione e tornò con una visione nuova di tante cose, sforzandosi poi di attuare il rinnovamento conciliare in modo intelligente e concreto. A Roma il Presule partecipò attivamente ai lavori del Concilio, intervenendo otto volte su alcuni dei più importanti temi in discussione: il Vescovo, il ministero sacerdotale, il ruolo dei laici nella Chiesa, alcuni aspetti della riforma liturgica. Quando arrivò a Vigevano mons. Barbero aveva già maturato – nonostante la giovane età – una rilevante esperienza sia amministrativa che pastorale. A Borgomasino, infatti, si era dimostrato lungimirante e attento ai bisogni e alle situazioni sia civili che religiose, capace di individuare soluzioni adeguate e dotato di grande intelligenza realizzativa; sul piano pastorale aveva già manifestato una significativa concretezza pastorale, con una propensione ad una attenzione alla dimensione sociale della propria azione: entrambe queste due dimensioni si manifestarono in tutta la loro intelligenza progettuale ed operativa nei diciannove anni di episcopato che mons. Barbero svolse a Vigevano.

    Le azioni di ammodernamento e adeguamento delle strutture parrocchiali in diocesi si affiancarono alla definizione di uno stile pastorale calato nella realtà del territorio e in sintonia con i fermenti e le tensione di quegli anni. Ne sono conferma i molti interventi (curati personalmente anche nelle fasi progettuali) che pose in essere, dall’adeguamento delle canoniche e degli oratori al restauro delle chiese, fino alla fondazione di nuove realtà parrocchiali nel contesto dell’ampliamento cui andavano incontro in quegli anni soprattutto i maggiori centri cittadini lomellini (Vigevano, Mortara). Nel periodo del suo episcopato solo a Vigevano nacquero sei nuove parrocchie, che espandevano l’azione della Chiesa locale ai territori delle nuove periferie cittadine: la parrocchia del Sacro Cuore (corso Genova), della Madonna Pellegrina, dei Santi Giovanni e Pio, di Cristo Re (Brughiera) e di Gesù Divin Lavoratore (Battù).

    Le sue prime attenzioni, però, furono dedicate al Seminario vescovile, che nel 1952 si presentava vetusto e inadeguato. Ne progettò la ricostruzione secondo criteri più moderni e funzionali, mettendo in opera, al tempo stesso, la riorganizzazione degli studi (tra l’altro, volle tenere egli stesso i corsi di Storia della Chiesa). In quest’ultimo ambito, in anni precedenti al Concilio, pensò ad un percorso di formazione dei nuovi sacerdoti nel quale trovassero posto anche nuovi ambiti disciplinari, come la teologia pastorale, e prospettò un contesto di formazione permanente per il clero giovane (il Convitto al Santuario della Madonna di Pompei). La sua azione pastorale fu volta, però, anche a valorizzare il ruolo dei laici nella vita della Chiesa locale e si impegnò per il potenziamento dei mezzi di comunicazione di massa in diocesi. A quest’ultimo proposito, diede nuovo impulso al settimanale diocesano, ripensandone obiettivi e presentazione, e fondò il mensile “L’Aurora della Lomellina”, intuendo l’importanza che tali strumenti avrebbero assunto nei decenni successivi. La morte pose termine al compimento di un articolato piano di adeguamento della realtà diocesana alle mutate realtà dei tempi che solo in parte, fino a quel momento, aveva trovato realizzazione. Fu seppellito in Cattedrale, accanto all’altare del Crocifisso.

    Carlo Ramella

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