La fatica di credere. Non si consuma nel silenzio del Sabato Santo. Paradossalmente nella notte di Pasqua, quando il canto della Chiesa annuncia festosa la Risurrezione. Ma il cuore tiepido dell’uomo non riesce a lasciarsi “scaldare il cuore” dall’evento straordinario.
IL DRAMMA DELLA FEDE L’omelia che il vescovo Maurizio Gervasoni ha proposto sabato sera, in Cattedrale, durante la solenne veglia di Pasqua ha attraversato il dramma della fede dell’uomo del nostro tempo, che magari crede all’annuncio, ma spesso senza che quell’annuncio possa scaldargli il cuore. Monsignor Gervasoni ha richiamato l’immagine di Pietro, la sua corsa al sepolcro, trovato vuoto proprio come avevano detto le donne. Pietro vede i veli deposti con cura, e ritorna “stupito”. «Il clima generale di questo nostro evento – ha detto il Vescovo – non è il clima di chi viene raggiunto da una notizia che gli scalda il cuore, una notizia che gli cambia la vita». Eppure è una notizia sconvolgente: Cristo, il Signore, è risorto. Come avevano annunciato le Scritture e come lui stesso aveva fatto intendere che sarebbe avvenuto. Ma anche quando ciò si avvera… Pietro resta stupito. Eppure era avvenuto un evento straordinario, che improvvisamente aveva cambiato i termini di una situazione disperata. «Quello che fino a quel momento era stato considerato un insuccesso, cioè la morte di Gesù – ha aggiunto il Vescovo – i due uomini in vesti candide dicono essere secondo le scritture e di non cercarlo in quella tomba: Lui, infatti, non è qui, è risorto».
STUPORE Pietro è stupito, le parole delle donne gli si rigirano nella testa, come l’immagine del sudario e del telo ripiegati in ordine nella tomba vuota. «Il tono delle nostre celebrazioni – ha commentato mons. Gervasoni – assomiglia un po’ al tono di Pietro che va al Sepolcro e resta semplicemente stupito». Noi oggi magari crediamo anche a quello che viene annunciato, per quanto incredibile; ma poi riteniamo che ci sia qualcosa di più importante da fare che fermarsi e riflettere, vivere qualche momento dentro il mistero e scoprire quanto quell’annuncio sia rivoluzionario per il nostro cuore di uomini travagliati dal dolore e spesso senza speranza. Nella sua riflessione mons. Gervasoni ha sottolineato due motivi che caratterizzano la celebrazione della veglia pasquale e che dovrebbero coinvolgere il cuore e la mente del credente: l’inizio della veglia afferma «che Gesù è il Signore del tempo» e poi celebra la luce, la vita che vince la morte. «Ma ci interessa qualcosa – ha aggiunto il Vescovo – che si tratti del Signore del tempo e la morte sia vinta? Mi pare che gli uomini non si accorgano che c’è sotto qualcosa di così importante per la loro vita».
SALVEZZA Facciamo fatica a crederci davvero, insomma. Ma davanti a noi c’è la Storia della Salvezza. Nella veglia è riassunta dalle letture proposte, tratte dall’Antico Testamento. «É l’opera che Dio ha fatto per il suo popolo e che a poco a poco è diventata la Parola di speranza per tutte le genti. E questo accade con Gesù». Nella sua riflessione mons. Gervasoni ha sottolineato che «è qualcosa che avvolge tutta la storia e dà speranza a un popolo e mostra l’infedeltà di quel popolo e la fedeltà di Dio nonostante tutto. Si tratta di un evento di importanza eterna. E invece…». Ma il Vescovo ha sottolineato anche che in quel momento, quella sera, una comunità stava celebrando: «il fatto che noi siamo qui – ha detto – è perché ci interessa che Cristo abbia vinto la morte, ci interessa che l’Amore vinca l’odio».

CAMBIARE IL CUORE É questo passaggio che non può lasciare nell’indifferenza il cuore dell’uomo. «Ci interessa – ha proseguito il Vescovo – che la nostra cattiveria venga vinta dal perdono del Signore, e noi siamo messi nella condizione di cambiare veramente il nostro cuore per fare del bene alle persone e vivere tutti meglio: questo trova alimento dalla fede e siamo qui per lasciarci istruire dal Signore e per avere il piacere di dire “Signore cambia il nostro cuore, fai di noi una comunità che viva di queste cose”. Facciamo fatica a capire che questa è una cosa bella, che credere insieme è proprio bello». Ciascuno preferisce andare avanti per conto suo, per i fatti suoi, con le sue credenze e i suoi convincimenti, facendo affidamento sulle normative formali. «Ma è questa l’umanità che noi desideriamo?» ha domandato il Vescovo. «Noi – ha aggiunto – siamo qui per dire che non ci va bene così, che siamo contenti di essere raggiunti dall’Amore di Dio. E l’Amore di Dio trasforma il nostro cuore, e ci unisce profondamente nella fede».
LA RISURREZIONE Quella del credente è una strada segnata dalla Risurrezione, ma prima dalla sofferenza della Passione. «Anche noi faremo la sua stessa fine – ha poi aggiunto mons. Gervasoni – ma in questa notte faremo la stessa fine della Risurrezione, non solo della morte». Il segreto è «imparare a godere di più nel cuore della profondità delle cose della fede, del desiderio di amarci davvero come Dio vuole, a riconoscere che noi, quando facciamo di testa nostra, combiniamo pasticci». La riconciliazione universale non può essere opera dell’uomo: la Risurrezione di Gesù significa questo. La riconciliazione tra gli uomini può solo essere «opera del Signore e solo perché è opera del Signore funziona, non perché la facciamo noi».
Carlo Ramella

