Misericordia e codardia sono realtà che difficilmente penseremmo di associare. La prima è segno di un’esperienza spirituale: riconosce il male, lo chiama per nome e cerca una cura nel perdono, per risanarlo e vincerlo. La seconda nasce invece da una chiusura su di sé, che porta a voltarsi dall’altra parte pur di non vedere il male, per non doverlo affrontare, facendo finta che non esista.
Tuttavia, queste due realtà trovano un punto di incontro nel mistero del cuore umano. Un luogo emblematico di questo incontro è il racconto della passione, così come ci è consegnato dai Vangeli. Due immagini lo rendono evidente: Ponzio Pilato che si lava le mani, simbolo di una codardia che rinuncia a esprimere un giudizio pur conoscendo la verità; e le mani di Gesù Cristo che si sporcano di terra per scrivere qualcosa di misterioso, segno invece di un giudizio dato e di una posizione presa con chiarezza. Il primo si trova davanti al Figlio di Dio ingiustamente accusato, il secondo davanti a una donna colta in flagrante adulterio. Due situazioni diverse, ma un unico tema: il confronto con il male. Gli esiti, però, sono opposti. C’è un elemento che, almeno in apparenza, le accomuna: la rinuncia al giudizio. Sentirsi incapaci o non autorizzati a dire una parola definitiva sull’altro. Quante volte, in modo superficiale, abbiamo identificato questa postura con la misericordia? Misericordioso sarebbe colui che non condanna, che evita ogni giudizio, anche quando sarebbe necessario. Di contro, è ritenuto rigido, intollerante e, in fin dei conti, crudele chi stigmatizza l’agire altrui. In una visione così semplificata, Cristo e Pilato sembrerebbero quasi avvicinarsi.
Le conseguenze sono evidenti: di fronte al male, la soluzione sembrerebbe il silenzio, il voltarsi dall’altra parte, il concedere sempre nuove possibilità senza mai affrontare davvero il problema.
Eppure il Vangelo mostra esattamente il contrario. Il silenzio di Pilato porta alla morte del Giusto. Sostiene la disonestà degli accusatori e produce, umanamente parlando, il più grande sopruso della storia: la condanna di Dio. Così il male non viene curato e il malato resta abbandonato alle ferite che si è procurato. Ben diverso è il silenzio di Cristo. Di fronte alla folla che accusa la donna adultera, Egli tace, ma quel silenzio prepara una parola chiara: “Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più”. Il male viene riconosciuto e chiamato per nome. Il giudizio è reale, ma non è l’ultima parola. Si apre invece una possibilità di guarigione, affidata alla libertà e alla responsabilità di chi ha sbagliato. Qui sta il cuore della proposta cristiana, così spesso disattesa anche da chi è chiamato a viverla nella vita pubblica o nel ministero ecclesiale. È una scelta controcorrente, talvolta impopolare, ma capace di tenere insieme ciò che non va separato: la diagnosi e la cura, il giudizio e la possibilità di ricominciare. Se manca una di queste due dimensioni, la misericordia diventa ipocrisia o codardia. La sfida è tutta qui: stare tra il catino e la terra. Da una parte la tentazione di lavarsi le mani e mettere a tacere la coscienza; dall’altra la decisione di sporcarsi le mani con il peccato dell’altro, per aiutarlo a ritrovare un cuore libero, prima che ne resti soffocato.
don Carlo Cattaneo


