Il silenzio nella piccola cappella è palpabile. Una luce sottile filtra dalle finestre colorate e si posa, tremando, sui banchi vuoti. Al di là della grata, dietro le tende che separano il mondo da chi lo ha lasciato per sempre, si avvertono scricchiolii ovattati: segni di una presenza discreta e viva che si muove nella penombra. Sono le 17.30. Una piccola campana suona ripetutamente, quasi fosse la voce di una bambina che chiama le compagne al gioco, con una filastrocca in cui il ritmo conta più delle parole. Poi, con passo solenne e insieme misurato, una trentina di sagome in abito scuro avanzano verso l’altare. Sul capo, unico segno di distinzione, veli bianchi e neri si alternano in un’armonia semplice e austera, che attira lo sguardo dei pochi fedeli presenti e lo conduce verso il tabernacolo, meta silenziosa che orienta il cammino del piccolo drappello. Silenzio. Ancora più profondo, perché ora è abitato. Poi, flebile, delicato, quasi angelico, si leva il suono di una voce. Un latino sillabato, leggero come un soffio, prende forma in note che diventano melodia, e in melodia che si fa salmo.
È un dialogo tra cielo e terra, sempre uguale e sempre nuovo, che in questo angolo di mondo sembra sospendere il tempo.
Sono donne. Donne che hanno scelto di abbracciare il mistero nell’avventura della fede che è la vita monastica. Donne più certe di ciò che hanno trovato che di ciò che hanno lasciato. Donne protese verso un futuro che si apre fino all’eterno, e per il quale vale davvero la pena sacrificare ogni cosa. In loro si riflette, forse più che altrove, il volto della Chiesa, sposa innamorata che cerca lo Sposo nelle vie intricate della città degli uomini, che perde interesse per tutto e poi tutto ritrova nell’abbraccio con l’Amato. È l’incontro che fa dire: «È bello per noi essere qui», senza desiderare altro se non condurre tutti alla stessa esperienza. È questa anima femminile che dà alla Chiesa il suo volto più vero. Non per rivendicare spazi in una battaglia di genere che nulla ha di evangelico, ma per accogliere un sogno di Dio, che si è fatto carne attraverso il sì di una Donna, nel silenzio e nell’amore, e che continua a compiersi nei passi di tante che si sono lasciate guidare dallo stesso soffio. Vergini, consacrate, madri, semplicemente donne, capaci di donare alla Chiesa quel volto insieme gentile e appassionato di cui il popolo di Dio ha bisogno.
Non è un dettaglio secondario. È scritto nel DNA stesso della comunità credente. Il genere femminile della parola greca ekklesía, da cui deriva il nostro termine “Chiesa”, non è soltanto una questione grammaticale, ma esprime una dimensione fondamentale: la Chiesa è sposa e madre, vergine e figlia. Dimenticarlo sarebbe un errore. Fingere che non esista, un inganno. Per questo non si può ridurre tutto all’attribuzione di ministeri, a ruoli di governo o a esercizi di potere. Quando la questione viene posta solo in questi termini, si perde il significato più profondo e si smarrisce anche la vera sfida: custodire quella femminilità che, nella complementarietà con Cristo Sposo, diventa generatrice di vita. Fuori da questa prospettiva resta soltanto l’ideologia. E l’ideologia, come chi vive solo per sé, non genera vita.
don Carlo Cattaneo


