Osservatorio 20-03 / Valori non condivisi

Chi ha buona memoria ricorderà la grande polemica di due anni fa, quando la commissione degli architetti del Comune di Milano rifiutò di collocare una statua dell’artista Vera Omodeo che ritraeva una giovane madre intenta ad allattare il proprio bambino. La motivazione della scelta fu che non rappresentava “valori universalmente condivisi” e che, pertanto, non era adatta a essere esposta in un luogo pubblico.

I giornali ne parlarono a lungo, con una quasi unanime condanna della decisione da parte del mondo della cultura e anche di una parte significativa del pensiero laico indipendente. Si giunse infine a una soluzione alternativa che non soddisfece pienamente, ma lasciò un po’ meno scontenti. Al di là dell’esito della vicenda, tuttavia, rimase l’interrogativo su che cosa intendessero gli esperti dell’Amministrazione con quella espressione così ambigua, che finiva per censurare un’opera d’arte, bollandola come divisiva e fastidiosa per una parte del pubblico. Che cosa siano, in effetti, questi “valori universalmente condivisi” non è mai stato chiarito. E proprio questo interrogativo, in filigrana, attraversa molte delle situazioni — anche di stretta attualità — che oggi dividono l’opinione pubblica. Concetti come “paternità”, “maternità”, “dignità della persona”, un tempo indiscussi e chiaramente definiti nel modello sociale da cui proveniamo, diventano oggi sfumati e perfino divisivi. E ciò accade non tanto perché venga messa in discussione una visione religiosa, quanto perché si incrina la capacità stessa di riconoscere la realtà. Le conseguenze sono profonde e vanno ben oltre il piano della riflessione teorica: incidono nella storia, nelle scelte politiche e nella vita quotidiana, fino a generare situazioni paradossali. Così l’affermazione dell’assoluta libertà della persona di autodeterminarsi convive con la censura di ogni manifestazione pubblica di pensiero divergente, soprattutto quando affonda le proprie radici in una visione anche solo vagamente confessionale.

Pace e legittimazione della forza, esaltazione della genitorialità e limitazione del diritto alla vita convivono all’interno di un sistema di pensiero che non è più semplicemente “debole”, ma profondamente disorientato e incapace di tenere insieme ciò che afferma.

È questo l’humus nel quale maturano anche fatti di cronaca nera che, prima ancora di avere una radice sociale o educativa, affondano le proprie origini in una visione del mondo così confusa da non poter produrre altro che smarrimento e disorientamento. Le analisi sociologiche e perfino l’irrigidimento della legislazione tamponano, ma non guariscono una ferita così profonda. L’unica strada possibile sembra allora quella della profezia: il coraggioso alzarsi di voci che non si stancano di indicare l’essenziale dell’umano, anche a costo di pagare di persona. È, in fondo, per chi crede, la sfida della Storia della salvezza: una storia che si intreccia con quella degli uomini, talvolta sembra esserne soffocata, ma alla fine riesce a redimerla, perché si fonda su una forza più alta — questa sì davvero universale — che ha il volto e il nome di Padre. E forse, allora, anche l’immagine di una madre che allatta il proprio figlio — giudicata divisiva — torna a interrogare tutti su ciò che davvero può dirsi umano e, proprio per questo, universale.

don Carlo Cattaneo

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