Osservatorio 26-01 / Il pericolo della memoria

La memoria è pericolosa. Nella settimana in cui ricorre la “Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto” può essere utile riflettere su una facoltà della mente in cui l’umanità nutre una fiducia incrollabile, anche perché gioca un ruolo fondamentale nella definizione dell’identità: cosa saremmo senza i nostri ricordi?

La parola deriva dalla radice sanscrita “mar” che sta per “ricordarsi, conoscere” ed è la medesima che si ritrova tanto in memoria quanto in “martire”, che è colui che rammenta, il testimone per eccellenza anche in ambito religioso. Dante usava il termine nell’accezione di «avvenimento che, grazie al ricordo, rivive nella mente». Tuttavia ogni cosa che “rivive” allo stesso tempo muta: a meno di vent’anni dalla sua istituzione, oggi sempre meno si usa il termine “Olocausto”, preferendo Shoah. E quasi tutti fanno riferimento alla Giornata come dedicata al genocidio degli ebrei, quando il segretario generale dell’Onu Kofi Annan, nel messaggio in occasione della prima, scriveva che «solo ricordando saremo in grado di pagare un tributo adeguato a quanti ne sono stati vittime. Milioni di innocenti, Ebrei e membri di altre minoranze, furono massacrati con le modalità più atroci. Non dobbiamo dimenticare mai quegli uomini, donne, e bambini, o la loro agonia».

La memoria inganna. Piaget, psicologo e pedagogo, per anni ricordò un tentativo di rapimento che aveva subito da bambino, in realtà inventato dalla balia e dunque mai avvenuto. Basta mettere due amici o una famiglia intorno a un tavolo e chiedergli di ricordare lo stesso avvenimento; si otterranno versioni anche molto diverse. Esistono i cosiddetti “falsi ricordi”, ma soprattutto la memoria è parziale e dipende dal punto di vista, cosicché si può convincere Piaget o qualcun altro di aver assistito a un evento mai accaduto e allo stesso tempo ci si può dividere su un episodio vissuto insieme.

In questo senso che “martire” e “memoria” condividano la stessa radice è rivelatore del fatto che fare memoria è testimoniare, atto con cui ci si impegna, gesto volontario e di parte. La memoria è partigiana per definizione. Le nazioni fortunate hanno una memoria condivisa accanto a tante memorie non condivise; per la Francia la rivoluzione, per gli Stati Uniti la conquista del West, per la Cina il “Secolo dell’umiliazione”, per gli ebrei la Shoah. Chi non condivide quella memoria non la può conoscere ed è il motivo per cui in Italia il Risorgimento e la lotta antifascista non riescono a essere patrimonio comune, mentre il Rinascimento sì. Lo sforzo dell’Onu, con l’istituzione della Giornata, è stato di rendere memoria condivisa dell’umanità i «l’abisso dei campi di concentramento» che «è iniziato con odio, pregiudizio, anti-semitismo» non in Germania, ma in tutta Europa, nella Belle Époque, incubatrice di due conflitti mondiali.

Uno sforzo necessario poiché quel che non si ricorda è quel che lascia indifferenti. Non a caso all’ingresso del Binario 21, memoriale della Shoah di Milano, campeggia la parola “Indifferenza” voluta da Liliana Segre: «L’indifferenza – ha scritto nel 2020 la senatrice a vita – racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice. Complice dei misfatti peggiori». L’indifferente non condivide la memoria. In questo senso la memoria diventa responsabilità collettiva e individuale; chiunque è chiamato a essere “martire”. Soprattutto quando i “martiri” veri, quelli che il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa incontrò varcando i cancelli di Auschwitz, in Italia sono rimasti diciotto, di cui 14 ebrei, tutti tra gli 84 e i 102 anni.

Giuseppe Del Signore

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