Una morte orribile. Chiusi nel buio di un cunicolo stretto, a quasi sessanta metri di profondità, senza possibilità di vedere né di orientarsi. Questa la fine dei cinque italiani che hanno perso la vita nell’atollo di Vaavu, alle Maldive, in seguito a un incidente subacqueo. Una tragedia che ha occupato le pagine dei quotidiani e dei social, suscitando rammarico, indignazione e molti interrogativi ancora senza risposta: dall’attrezzatura alle autorizzazioni, fino alle reali ragioni di un’escursione trasformatasi in tragedia.
E la memoria corre inevitabilmente a quasi tre anni fa, quando cinque turisti persero la vita nelle profondità dell’oceano tentando di raggiungere il relitto del Titanic a bordo di un piccolo sommergibile. Anche allora, vite spezzate da quella curiosità che abita il cuore dell’uomo e che lo spinge verso ciò che è ignoto, misterioso, inaccessibile. Grande rispetto e preghiera per le vittime e per i loro familiari. Tuttavia la cronaca non può limitarsi al semplice racconto dei fatti. Deve suscitare domande. Non solo per chiarire le dinamiche degli eventi — spesso frutto di imprudenza ed errore umano — ma soprattutto per interrogarsi su quale forza possa spingere l’uomo a mettere l’avventura, il rischio o perfino la ricerca davanti al valore stesso della vita. È il senso del limite, in fondo, a dover essere scandagliato insieme a quell’antico bisogno di volerlo superare. Da Icaro fino agli escursionisti che perdono la vita sulle vette o nelle profondità del mare, il desiderio di andare oltre ciò che la natura concede accompagna da sempre la storia dell’uomo.
Un desiderio che ha generato conquiste straordinarie, ma che, quando smarrisce il senso della misura, può trasformarsi in hybris e condurre alla distruzione. “Fin qui giungerai e non oltre”.
Le parole della Scrittura raccontano un’opera creatrice che stabilisce confini non per soffocare la vita, ma per custodirla. Eppure il limite appare oggi insopportabile a molti, incapaci di accettare la propria finitezza e continuamente attratti dall’illusione di un “di più” che resta irraggiungibile. Non è soltanto la ricerca scientifica o la passione sportiva a suscitare questa tentazione. Anche il divertimento contemporaneo sembra sempre più alimentato dal bisogno di alzare l’asticella, di cercare esperienze estreme, di fuggire ciò che appare ordinario e quotidiano. Ma il risultato, troppo spesso, resta lo stesso: l’uomo che tenta di oltrepassare ogni confine si ritrova prima o poi costretto a fare i conti con esso. Per questo il problema non riguarda soltanto la sicurezza o il rispetto delle norme — aspetti fondamentali — ma anche una formazione all’umanità capace di educare al valore della fragilità e della finitezza. Perché è proprio nell’esperienza del limite che l’uomo può riscoprire ciò che dà valore a ciò che si trova al di qua di esso. La vita non è un carcere dal quale evadere continuando a guardare oltre le sbarre, ma un territorio da esplorare fino in fondo. E forse la vera sfida non consiste nell’inabissarsi fino a toccare il fondo del mare o nell’arrampicarsi fino alla vetta più alta, ma nel camminare ogni giorno dentro la fatica, il rischio e la bellezza dell’esistenza ordinaria. È lì che si scopre l’esperienza più profonda e più difficile: quella che vale davvero una vita.
don Carlo Cattaneo


