Ddl Zan, mons. Gervasoni: «Non cancelliamo un abuso con altri abusi»

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Dopo aver aperto il dibattito con un intervento del dott. Cesare Beretta, già Presidente di Sezione del Tribunale di Pavia, al quale L’Araldo ha chiesto di approfondire il tema del Ddl Zan, questa settimana interviene il nostro Vescovo, Mons. Maurizio Gervasoni, con un altrettanto approfondito e articolato intervento che mette a confronto gli aspetti etici e giuridici di un provvedimento che porta con sé dinamiche ideologiche e culturali molto complesse, che vanno sviscerate e analizzate attentamente.

Ci risiamo… questa proposta di legge si iscrive all’interno dell’alveo legislativo che va a toccare i cosiddetti diritti civili, il cui intento è quello di salvaguardare i cosiddetti diritti individuali nell’esercizio della più ampia libertà di scelta personale. Questo campo di legge è estremamente delicato e complesso, perché mette a confronto,

da una parte, la libertà di scelta di ogni individuo, intesa come valore di riferimento assoluto, in ordine alla determinazione del destino di ciascuno, ma, dall’altra, la salvaguardia della dignità degli altri,

il cui diritto personale potrebbe confliggere con le determinazioni del singolo individuo. Le forme di determinazione di questo conflitto non sono deterministiche, né semplicemente scientifiche. Per lo più la nostra cultura indica come principio regolatore quello per cui ognuno può liberamente scegliere ciò che vuole, a patto di non recare danno ad altri, sia individualmente, sia socialmente. Detto così sembra tutto semplice, ma di fatto non lo è per molti motivi. Il problema di fondo è che non è univoco definire qualsivoglia atto come “danno”. Per definire il danno occorre avere una criteriologia. Il problema appare solo come spostato e ingannevolmente rimandato al sentire comune.

DUE LINEE DI INDIRIZZO PER COMPRENDERE

Ci sono alcune linee di indirizzo che ci possono aiutare. In prima battuta occorre ricordare che le relazioni tra persone possono essere divise in due categorie. La prima è quella fiduciaria, la seconda è quella contrattuale e prestazionale. Per lo più l’ambito affrontato dalle leggi dello Stato, ossia quelle giuridiche, si riferisce a relazioni riconducibili all’ambito contrattuale e quindi alla regolazione delle prestazioni relazionali secondo criteri di giustizia. In questo caso il ricorso alla ragione e perciò anche a criteri scientifici aiuta molto, perché permette di anestetizzare le intenzionalità soggettive più profonde e spesso emozionali, in vista di favorire comportamenti sociali che tutti possano riconoscere come giusti, benché magari non piacevoli.

Diversa è la situazione in cui occorre regolamentare per legge ciò che si riferisce alle relazioni fiduciarie non legate ad azioni comuni, ma a orientamenti vitali

Mons. Maurizio Gervasoni

Per intenderci, l’antico comandamento dell’obbedienza ai genitori è legato alla relazione educativa, dove il genitore, che orienta agli ideali della vita, ha il diritto di orientare e perciò anche di imporre al figlio comportamenti che egli, genitore, sa essere giusti, anche quando il figlio non li riconosce tali e vorrebbe comportarsi in modo diverso, ritenuto dal genitore dannoso. Imporre per legge un orientamento valoriale esistenziale è sempre molto delicato. Nelle leggi legate al matrimonio, alla vita, alla differenza di genere, alla dignità di persone che non possono raggiungere riconoscimenti di parità, in modo facile e immediatamente condiviso, c’è in ballo il riconoscimento della dignità delle persone, la cui determinazione ultima, però, è affidata alla libertà delle persone stesse. Si colloca qui la diversità di orientamento etico e valoriale tra la società e gli individui, tra la maggioranza e la minoranza, tra le fedi religiose e ideologiche.

Il tema diventa spinoso perché la legislazione impone come valore ciò che lo Stato determina legislativamente, ma lo Stato non sembra avere l’ultima parola sulla determinazione del senso degli individui

E’ questa la questione della laicità, dove il problema è che il potere legislativo deve rinunciare a determinare l’ideale di uomo, ma deve difenderlo, trovando semplicemente il punto di equilibrio tra orientamenti valoriali presenti nella società, affidando al gioco culturale e alle dinamiche sociali la ricerca di convergenze valoriali condivise. La laicità presuppone l’ideale dignità dell’uomo, non la definisce, ma la difende attraverso il consenso con l’elaborazione delle leggi, le quali non possono assurgere a imposizione di modello umano ultimo, benché a esso si ispirino. Ciò è avvalorato dal fatto che comunque gli orientamenti legislativi dello Stato finiscono di determinare nel tempo orientamenti valoriali e culturali importanti, la cui verità etica è da dimostrare. La storia ci ha insegnato quanti errori e quanti abusi sono stati commessi. E proprio il tema di questo DDL mostra il tentativo di un gruppo di persone che rivendica per sé un diritto che la collettività sembra avere sempre loro negato in nome di un ideale di uomo tacitamente presupposto.

Il dibattito attorno a questo DDL, allora, punta a cercare di non superare un abuso da parte della maggioranza, sostituendolo con un altro abuso

Un conto insomma è rivendicare e garantire la dignità e il rispetto di chi ha orientamento e identità sessuale soggettivamente specificati e un conto è imporre come ideale valoriale normativo tale soggettiva disponibilità deliberativa.

TRA DIGNITA’ E FOBIA ALCUNE SEMPLIFICAZIONI

Nel caso specifico del DDL Zan, occorre avere coscienza della delicatezza del tema, non in ordine principalmente all’affermazione della dignità di qualcuno, ma in ordine all’esercizio profondo della democrazia e perciò della ricerca della verità, di cui lo Stato non dispone, ossia all’esercizio della laicità. Per questo motivo alcune osservazioni mi sembrano importanti. Il DDL ha andamento duplice. La prima parte inserisce in un testo legislativo di tutela già attuale anche le condizioni relative alle questioni di identità sessuale, la seconda introduce azioni educative sul tema.

E’ importante concordare sul contenuto dell’art. 1. Ogni legge ben fatta definisce i concetti e i termini usati, perché poi l’uso che la Magistratura farà del testo legislativo esigerà precisione e chiarezza. Le definizioni indicate appaiono come precise e ben determinate. Che siano tutte vere e che abbiano tutte lo stesso valore è invece tutto da provare

Di fatto sono elencate e trattate tutte allo stesso modo e perciò equiparate. I concetti indicati sembrano fare riferimento esclusivamente alla determinazione dell’individuo titolare del diritto indicato. Non si evince mai la tutela della percezione del genere, dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere da parte della società e degli altri soggetti. Paradossalmente rischia di venire meno una delle condizioni della contrattualità, ossia la stabilità e la riconoscibilità del fenomeno. Certo, in ambito fiduciale è normale che sia così, perché si presuppone la condivisione del valore ultimo, ma in un testo legislativo non può presupporre necessariamente tale condivisione. L’attenzione va proprio all’art. 7 che introduce tutta una serie di situazioni, di cui non si è data, a differenza dell’art. 1, precisa definizione e che quindi sono rinviate al senso comune, ma che però diventa giuridicamente rilevante.

Tutte le “fobie” contro cui la giornata nazionale dovrebbe combattere, sono di fatto equiparabili a condizioni simili a reato

Invero la “fobia” sembra essere un termine di tipo diagnostico sanitario, che per lo più solleva dalla responsabilità penale. La fobia è indice di patologia, spesso psichiatrica, non indice di colpevolezza o di volontà intenzionalmente perversa. Questa imprecisione linguistica alimenta il sospetto che l’articolo in questione cada nel peccato che il DDL vuole correggere: per combattere una discriminazione, ne introduce un’altra, proprio perché l’art. 7 vuole favorire un comportamento evidentemente pedagogico in ordine a un valore che deve essere raggiunto da tutti i cittadini. L’art. 7 non è della stessa natura degli altri, perché i primi articoli difendono un diritto da comportamenti ostili e discriminanti, l’art. 7, forse dimenticando il precedente art. 4, introduce un comportamento pedagogico per l’acquisizione di un valore per il quale, però, non si dà consenso unanime e ciò legittimamente. Per capire, ci possono essere persone che ritengono che l’orientamento di genere non debba essere lasciato esclusivamente alla determinazione arbitraria dell’individuo, ma debba comunque coniugarsi con la determinazione sessuale di pubblica considerazione. Si deve sempre lasciare a una persona la possibilità di pensare che un orientamento di genere non coincidente con la determinazione biologica del sesso sia un difetto e non un merito. Non c’è possibilità di nessuna maggioranza scientifica su tale argomento, che non è scientifico, ma solo ideologica e perciò assimilabile alla determinazione confessionale.

L'araldo Lomellino DDL Zan - bussola

TRA LAICITA’ E FEDE IL SENSO DELLA VERA TUTELA

Lo Stato laico qui deve ricordarsi di assumere un atteggiamento “ecumenico” non inquisitorio. Ciò vale soprattutto perché, quando lo Stato emana una legge, il comportamento e la logica proposti dal dettato legislativo divengono nel tempo valore condiviso e orientamento valoriale. Il DDL Zan intende rimediare a una situazione che penalizza e discrimina persone che vivono la propria identità sessuale, subendo comportamenti lesivi della loro dignità. La dinamica culturale dominante risulta oppressiva dal punto di vista valoriale e perciò, nel cammino di evoluzione culturale e civile, si è giunti al momento in cui tale condizione trovi più giusto riconoscimento e regolamentazione.

Ciò non deve portare né direttamente, né indirettamente a imporre nuovi orientamenti valoriali di modello antropologico

In questo caso il valore proposto diventerebbe imposto e sarebbe un episodio di tipo fondamentalistico. Laicità addio. Proprio per evitare tali derive, sarebbe più opportuno che il testo legislativo fosse più umilmente attento alla valutazione dei riferimenti contrattuali e definitori del danno, su cui l’azione della Magistratura eserciterà la sua azione di giudizio e di sanzione. L’affermazione legislativa astratta e assoluta del valore senza la determinazione delle sue condizioni di attuazione introduce giuridicamente e penalmente dinamiche che paiono essere soprattutto educative e culturali. Ma è proprio questo il punto in cui l’introduzione del punto di vista cristiano diventa rilevante. Al di là della valutazione morale del fenomeno in questione, che esigerebbe argomentazioni più ampie e precise, occorre ricordare che il cuore della fede cristiana riguarda la qualità dell’atto con cui la libertà si apre al bene. Il bene a cui essa tende non è una verità astratta o un precetto definito, ma propriamente la persona di Gesù Cristo e la sua storia. Il comandamento che Gesù dà ai suoi non è quello di una legge giuridica, ma è un appello, un kerigma, che chiede di essere accolto in totale libertà e consenso. Solo nell’esercizio di questa libertà nasce la comunità cristiana che, di fronte al male, risponde con la logica della redenzione e del perdono. Cose queste che non possono essere imposte per legge.

Osservatorio 23-04 fede

L’orientamento cristiano va sul fondamento dei valori e porta alla cura di ogni persona nella sua dignità e libertà perché si apra al bene di Dio

La ricerca delle regole morali entra nella fatica della determinazione storica dei comportamenti in cui la fede si traduce e nei quali essa è testimoniata. In questo compito insieme storico e testimoniale si colloca la fatica della determinazione delle regole di comportamento pubblico che appartiene in prima e fondamentale battuta al dibattito politico che usa la forza. La determinazione morale prima e politica poi non può e non deve essere indifferente all’istanza cristiana che, nel suo cuore più profondo si propone non per imposizione, ma per annuncio. D’altro canto la stessa percezione credente dell’appello cristiano trova grande stimolo dal confronto storico con le condizioni culturali, sociali e politiche che aiutano i cristiani a correggere e a migliorare le loro tradizioni, le loro istituzioni e i loro valori vissuti. Il DDL Zan va ascoltato e valutato con attenzione dai cristiani, che anche da esso hanno da imparare. Quali siano le condizioni concrete della dignità umana non appartiene a nessuna dottrina astratta in sé conclusa, ma alla narrazione storica dell’umanità che permette di trovare le condizioni di attuazione libera e partecipata del duplice e unitario comandamento di amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come se stessi.

+ Maurizio Gervasoni

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