La Chiesa americana fra crepe e speranze

Una Chiesa fatta di migrazioni, vecchie e nuove, con anime diverse e quasi in contrapposizione tra loro, dal passato fatto di fasti, ma anche di crisi. E che, con l’elezione di papa Leone XIV al soglio di Pietro, si è ritrovata al centro delle attenzioni del mondo cattolico.

LA CRISI Per capire la chiesa cattolica statunitense serve ragionare su tanti fronti: sul suo passato, fatto di ricchezza spirituale ed economica, sugli scandali che l’hanno colpita nelle ultime due decadi, sul modo peculiare con cui sacerdoti e fedeli vivono la propria routine religiosa. Don Luca Pedroli, sacerdote della diocesi di Vigevano e docente del Pontificio istituto biblico di Roma, negli States è praticamente di casa: per la precisione dal 1999, quando dal Pontificio istituto fu inviato al Boston College, appartenente alla galassia delle università gestite dai gesuiti, per completare il proprio dottorato. Da allora, don Pedroli è tornato a Boston ogni estate, alloggiando in parrocchia: «All’epoca era un altro mondo e anche un’altra Chiesa – spiega il biblista – una chiesa che dal 2002 ha attraversato un’ondata di scandali. Un percorso che è stato anche una sorta di purificazione, ma che ha portato tanti fedeli a sentirsi traditi e ad allontanarsi». Un calo di persone, andato di pari passo a quello di vocazioni e risorse economiche.

LE RISORSE La chiesa cattolica statunitense è storicamente una chiesa ricca dal punto di vista economico. Il dibattito attorno alle sue finanze è rientrato recentemente nel mirino dell’attenzione pubblica da quando Robert Francis Prevost è diventato Papa. Federico Facciolo, ricercatore farmaceutico, per sei anni ha lavorato negli Stati Uniti e casualmente lì si trovava anche quando la fumata bianca ha annunciato il nuovo Santo Padre: «Ho acceso la tv durante la sua elezione e parlavano di lui: qualcuno dei commentatori ipotizzava che uno dei motivi della sua elezione fosse perché i donatori cattolici più ricchi del mondo sono negli Usa». Valutazioni geopolitiche a parte, la Chiesa negli States non naviga però esattamente nell’oro: tanto da essere stata costretta negli ultimi decenni a vendere le parrocchie dove non si celebrava più messa.

Una sofferenza per molti fedeli, che hanno visto il luogo dove pregavano diventare un pub o un albergo – rivela don Pedroli – questo ha portato anche alla chiusura di molte scuole private collegate alle parrocchie, che portavano risorse economiche e allo stesso tempo preparavano i giovani ai sacramenti.

IL TEMPO Quello negli Stati Uniti resta comunque un cattolicesimo vivace e partecipato, pur con visioni molto differenti: «A livello ideologico, c’è una polarizzazione tra chi ha una visione tradizionalista e chi invece ha un approccio più riformista. Questa divisione conferisce un’ulteriore difficoltà all’interno della Conferenza episcopale americana». Sul fronte della vita religiosa, la vita del cattolico è molto incentrata sull’Eucaristia, non solo domenicale: «Quando si va in una chiesa americana in settimana si rimane stupiti dal numero di fedeli e dalla messa, sempre molto curata, con canti e con l’omelia». D’altra parte, i preti a stelle e strisce cercano di condurre una vita meno stressante rispetto ai colleghi italiani: «Hanno il loro tempo libero, con uno o due giorni “off” a settimana e delle ore fuori servizio ogni giorni. Momenti in cui vanno in palestra, vedono i familiari, gli amici… è una modalità salutare di gestire il ministero, che non dimentica di prendersi cura della propria umanità. E che forse dovremmo recuperare anche qui».

Alessio Facciolo

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