Le ragioni del “Sì” e del “No” in un confronto tra professori universitari e magistrati per comprendere i quesiti del referendum del prossimo 22 e 23 marzo. Lunedì sera, nell’auditorium San Dionigi affollatissimo, soprattutto di avvocati e addetti ai lavori, si è svolto il convegno organizzato dalla sezione vigevanese dell’Aiga (Associazione italiana giovani avvocati) sul referendum costituzionale confermativo che chiamerà gli italiani a decidere sulla riforma della Giustizia.
I RELATORI All’evento, aperto anche alla cittadinanza, le ragioni del “No” sono state spiegate da Ivana Caputo, magistrato e presidente della Corte d’assise d’appello di Milano, e da Francesco Rigano, già professore di Diritto costituzionale dell’Università di Pavia. Le ragioni del “Sì” sono state invece espresse da Paolo Fabrizi, già magistrato ed ex consigliere della IV Sezione civile della Corte d’appello di Milano, e da Silvia Sassi, professoressa di Diritto pubblico comparato presso l’Università degli Studi di Firenze. A moderare il dibattito Giuseppe Del Signore, presidente dell’Associazione Giornalisti Giancarlo Rolandi e direttore de L’Araldo Lomellino, insieme a Paolo Barni, vice presidente della stessa Assorolandi. I saluti istituzionali sono stati portati da Luigi Ottobrini, consigliere dell’Ordine degli avvocati di Pavia (ordine che ha dato anche il patrocinio all’evento), Giovanni Paolo Rabai, presidente di Aiga Vigevano, ed Elena Sisaro, presidente dell’associazione Avvocatura Vigevanese.
EQUILIBRIO A RISCHIO Ivana Caputo è partita dall’equilibrio tra i poteri dello Stato e della tutela dei diritti. Un intervento che ha richiamato i principi fondativi della Repubblica e ha messo in guardia dai rischi di interventi che possano alterare il sistema di garanzie costituzionali. Alla base, il ruolo della Costituzione come architrave dello Stato di diritto. «La Costituzione – ha sottolineato Caputo – ha costruito un sistema di garanzie perché i diritti dei cittadini non restino soltanto affermazioni di principio, ma possano essere realmente tutelati». Un impianto che poggia sull’uguaglianza davanti alla legge e sul controllo di legalità, che «deve operare senza eccezioni: è lo strumento che consente anche ai più deboli di far valere i propri diritti». Al centro, la difesa dell’autonomia della magistratura: «L’indipendenza della magistratura non è un vantaggio per i magistrati, ma una garanzia per i cittadini», condizione necessaria per evitare condizionamenti politici sulle decisioni dei giudici. In questo quadro si inserisce il ruolo del Csm, cui sono affidate nomine e disciplina proprio per «sottrarle al controllo diretto del governo». Un monito anche sulle riforme: «Intervenire su meccanismi delicati come quelli che garantiscono l’autonomia della magistratura rischia di creare precedenti pericolosi». E un avvertimento finale: «Quando si tocca l’equilibrio dei poteri, si tocca una delle fondamenta della democrazia».
TERRORISMO PSICOLOGICO Paolo Fabrizi ha fatto in seguito da contraltare alla collega Caputo, subito sottolineando come «molti esponenti della sinistra intellettuale criticano la riforma facendo del terrorismo». Secondo il magistrato «votare no significa fare una scelta contro la vera autonomia della magistratura». Insomma, secondo Fabrizi, «questa riforma è stata studiata a fondo: la separazione della carriera, lo sdoppiamento del Csm, l’istituzione dell’Alta corte disciplinare nasce da una riflessione che è anche «un completamento della riforma penale iniziata da tempo. Il riferimento è l’articolo 111, dove si parla di un giudice terzo necessario, approvato tra l’altro da un governo di centrosinistra». Fabrizi ha poi ricordata un’intervista rilasciata da Giovanni Falcone nel 1991 a Repubblica, dove si auspicava quello che si sta sostenendo a gran voce sul fronte del “Sì”. Il magistrato ha inoltre ricordato la posizione di Maurizio Martina e Debora Serrachiani, del Partito democratico, in cui parlavano di «separazione ineludibile». Insomma per evitare i famosi “porti delle nebbie”, le “spartizioni politiche” delle procure occorre cambiare. E tra le tante citazioni, Fabrizi richiama anche la posizione di Calamandrei, chiudendo l’intervento sottolineando la liceità dell’estrazione a sorte e la necessità di evitare discrezionalità inopportune da parte di magistrati che fanno aspettare anni per leggere le motivazioni delle sentenze o “dimenticano” in carcere qualcuno.
NO A LETTURE IDEOLOGICHE Nel dibattito sui referendum sulla giustizia serve evitare letture ideologiche e concentrarsi sul merito delle singole proposte di riforma. È il filo conduttore dell’intervento di Francesco Rigano, che ha invitato a guardare alle consultazioni referendarie come a strumenti di riflessione istituzionale più che di contrapposizione politica. «I referendum – ha osservato – non seguono automaticamente una logica di schieramento: ogni volta il risultato dipende dal contenuto della riforma proposta». Il relatore ha ricordato come negli ultimi decenni diverse consultazioni abbiano inciso su nodi importanti dell’assetto istituzionale, dalle riforme costituzionali alla riduzione del numero dei parlamentari. «Questi numeri – ha spiegato – mostrano che l’esito del voto non è mai scontato e non può essere letto semplicemente come la vittoria di una parte politica». Entrando nel merito dei quesiti sulla giustizia, l’intervento si è soffermato soprattutto sul tema della separazione tra chi accusa e chi giudica. «La distinzione di funzioni è già oggi un dato acquisito del nostro ordinamento», ha sottolineato lo studioso, ricordando come storicamente vi siano stati sistemi in cui la stessa figura svolgeva contemporaneamente indagini, accusa e decisione. Una posizione critica è stata espressa anche sul tema del sorteggio per la selezione dei componenti del Consiglio superiore della magistratura. «Il sorteggio è uno strumento che l’ordinamento utilizza solo in situazioni particolari», ha spiegato, quando non è possibile scegliere secondo criteri oggettivi tra candidati equivalenti. Applicarlo alla selezione di incarichi istituzionali, tuttavia, rischierebbe di sostituire la valutazione con il caso. «La scelta casuale – ha concluso – finisce per indebolire il principio di partecipazione», richiamando il dettato costituzionale secondo cui tutti i cittadini devono poter accedere agli uffici pubblici in condizioni di uguaglianza. Un principio che, secondo il relatore, dovrebbe restare il punto di riferimento anche nel dibattito sulle riforme della giustizia.
MAGISTRATURA DEBOLE La professoressa Silvia Sassi ha chiuso infine la serie degli interventi, partendo da «tre esigenze che da tempo il nostro ordinamento chiede: terzietà del giudice tra accusa e difesa, affrontare il correntismo che ha indebolito la magistratura; individuazione di un giudice terzo che vada a giudicare un magistrato». Il “Sì” al referendum, secondo la studiosa è inoltre il completamento della Legge Vassalli. Sassi ha inoltre ribadito «la necessità della separazione delle carriere, che rafforza il pubblico ministero, incide sulla vita del magistrato». Importante inoltre, secondo Sassi, lo sdoppiamento del Csm, che rafforza le due carriere. Un secco no alla degenerazione del correntismo con una risposta concreta come il sorteggio, è stata un ulteriore annotazione. «L’Alta corte – ha aggiunto – rappresenterà un giudice terzo che giudica l’operato dei magistrati, e anche in questo caso contrasterà il correntismo».
Massimo Sala

