Denatalità / Più vecchi, più poveri, più soli: nasce la nuova “famiglia”

Più vecchi, più poveri, più soli.

E’ il futuro che gli italiani stanno scegliendo per loro stessi, la dimensione che li accompagnerà nella parte centrale e in quella finale del ventunesimo secolo. In tempi demografici, è come dire dopodomani e tra una settimana.

Le “Previsioni della popolazione residente e delle famiglie” dell’Istat delinea uno scenario, ma si tratta di un’ipotesi molto concreta visto che «nel 2050 il suo intervallo di confidenza al 90% (ovvero che il suo presunto valore cada tra due estremi con probabilità pari al 90%) oscilla tra 51.1 e 57.5 milioni. Venti anni dopo si è tra 41.2 e 55.1 milioni».

Così, se dal lato più favorevole la popolazione potrebbe subire una perdita di “soli” 4.2 milioni tra il 2021 e il 2070, dall’altro si potrebbe pervenire a un calo di ben 18 milioni

Quanto basta per affermare che «sebbene non sia esclusa l’eventualità che la dinamica demografica possa condurre a una popolazione nel 2070 più ampia di quella odierna, la probabilità empirica che ciò accada è minima, risultando pari all’1.0%». E infatti il 20 marzo scorso l’istituto di statistica ha rilevato un calo della popolazione residente di 179mila unità (-0.3%), frutto di un «saldo naturale fortemente negativo» – rapporto tra nascite e morti – mitigato da un aumento dei movimenti migratori.

IL DESERTO Se gli italiani saranno di meno – e qualcuno potrebbe vederla come una “decrescita felice” con meno persone a competere per gli stessi lavori e a richiedere gli stessi servizi – sarà di meno anche il Pil nazionale, come ha chiarito il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo intervenendo all’Assemblea aperta del Forum delle associazioni familiari del Veneto lo scorso novembre: «Se la popolazione dovesse segnare, come prospettato nelle previsioni Istat di lungo periodo, un ribasso del 19.7% tra il 2021 e il 2070, il Pil del 2021, pari a 1781 miliardi di euro, scenderebbe, prescindendo da effetti inflativi sul valore nominale, a 1430 miliardi di euro tra cinquant’anni, 351 miliardi in meno». Tuttavia questo è un dato ottimistico perché, considerando la flessione della popolazione in età attiva – chi può lavorare – la perdita potrebbe essere di 569 miliardi ovvero -32% del Pil nazionale. Chissà se quei lavori e quei servizi ci saranno ancora, insomma.

03 PP Denatalità 2022 - ruderi di Toiano
Ruderi di Toiano

NEI NUMERI Quello che è certo è che nasceranno meno persone. Il 2022 ha registrato il nuovo record negativo con 392598 nuovi nati, -1.9% rispetto al 2021, e quella che è ormai una tendenza dovrebbe confermarsi anche nel breve termine per poi invertire l’andatura, nello scenario intermedio di Istat che postula una crescita della fecondità da 1.25 a 1.55 figli per donna, arrivando a un picco di 424mila nati nel 2038, per poi diminuire di nuovo. Nello stesso periodo è destinato a crescere sempre più il numero dei morti, che nel 2049 potrebbero doppiare le nascite e nel 2058 aggiungere il picco di 832mila (nel 2022 sono stati 713499, più che nel 2021 a causa degli strascichi della pandemia e dell’ondata di caldo associata alla siccità), come a dire che, anche mantenendo un numero di bebè al massimo previsto, in dodici mesi sparirebbe una città più grande di Bologna o Firenze. Ci saranno gli stranieri a compensare questo tracollo? Non è detto, sempre l’Istat spiega che i flussi migratori «si mostrano contraddistinti da incertezza profonda», al punto che «l’intervallo di confidenza al 90% del saldo migratorio netto con l’estero restituisce nel 2070 degli estremi che variano da -20mila a +268mila, rivelando, di fatto, due fotografie distinte».

Da un lato quella di un Paese attrattivo, dall’altro quella di un Paese che potrebbe mutare la sua attuale natura di accoglienza per tornare a essere un luogo da cui emigrare

VIA DA QUI Quest’ultima prospettiva è forse una delle meno esplorate negli studi demografici, ma quanti tra la “popolazione attiva” potrebbero decidere di abbandonare un paese più povero, che fatica a mantenere la sua spesa sociale e che ne fa sostenere il costo – a fisco immutato rispetto a oggi – a chi lavora, cioè a loro stessi? Senza contare che nell’Italia del 2050 gli over65 potrebbero essere il 34.9% del totale, i minori di 14 anni l’11.7% e chi è tra i 15 e i 64 – gli attivi – scendere dal 63.6% al 53.4%, con l’unica prospettiva di “sperare” che la generazione del baby boom si «estingua», per usare la litote di Istat, il prima possibile. Senza alcun valore statistico L’Araldo ha rilevato che tra i giovani vigevanesi e lomellini già quasi la metà degli intervistati si immagina all’estero, una decisione che potrebbe essere favorita dall’assenza di legami familiari: se si prevede che nel 2041 ci saranno 26.3 milioni di famiglie (+3.8%), queste avranno una dimensione media di 2.1 componenti, il 41.1% formate da un’unica persona e concentrate soprattutto nella fascia più anziana della popolazione».

Le persone sole potrebbero essere 10.2 milioni (+20%), mentre le famiglie con figli potrebbero passare da un terzo a un quarto del totale, superate da quelle senza prole entro il 2045.

AL CUORE Ma che cos’è una famiglia senza figli o formata da un individuo solo se si considera che, sfogliando due dei principali dizionari italiani, la definizione di questa parola risulta «nucleo elementare della società umana, formato in senso stretto e tradizionale da genitori e figli, con l’eventuale presenza di altri parenti» (Sabatini – Coletti) o «insieme di persone unite da un rapporto di parentela o affinità; spec., il nucleo formato dal padre, dalla madre e dai figli, che costituisce l’istituzione sociale di base della società» (De Mauro), e che per l’articolo 29 della Costituzione è ancora

società naturale fondata sul matrimonio?

E’ evidente che l’inverno demografico porta con sé una sfida politica, economica, sociale che è anche, al cuore, gnoseologica, perché chiede di leggere “monade” ciò che fino a oggi è stata la prima forma di aggregazione delle comunità umane; atomo dove prima era molecola.

Giuseppe Del Signore

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