IA / Quando sul menù della sagra spunta l’intelligenza artificiale

All’inizio la usarono per scrivere una mail di servizio, e nessuno disse nulla, perché nessuno legge mai quelle comunicazioni per davvero. Poi la utilizzarono per creare immagini buffe, vignette, come quelle un po’ cringe che girano nei gruppi Whatsapp, e anche in quel caso nessuno protestò, perché in fondo era roba innocua. E nel giro di poco, sbarcò nelle ricerche dei browser e dei social, nei programmi di impaginazione e scrittura, persino al posto dei chatbot per l’assistenza, che già avevano mandato “in pensione” gli operatori umani. Insomma, l’IA si è presa tutto… e non ce ne siamo nemmeno accorti.

NON È ORO Sempre di più, l’intelligenza artificiale sta diventando un’infrastruttura incorporata di default nei software che vengono utilizzati ogni giorno, spesso senza che l’utente scelga esplicitamente di attivarla. Questo, apparentemente, per chi ne fruisce rappresenta un vantaggio: i motori di ricerca come Google generano risposte anziché limitarsi a mostrare link; i sistemi di posta elettronica riassumono mail troppo lunghe o suggeriscono risposte veloci; gli smartphone modificano, organizzano e classificano automaticamente foto e contenuti, facendo risparmiare tempo, quel tempo che nella società di oggi sembra sempre scarseggiare. Ma non è tutto oro, quello che l’IA fa luccicare. Non lo è di sicuro per i proprietari dei dati che le IA utilizzano per dare risposte o organizzare mail: è infatti quello il carburante di cui ChatGpt, Gemini e compagni si nutrono, dati forniti dagli stessi utenti in maniera ingenuamente volontaria o addirittura senza che ne abbiano controllo. Lampante è il caso di AI Overview e AI Mode, le funzioni di Google che forniscono risposte all’utente direttamente al momento della ricerca: i dati vengono estratti da siti e social, che di conseguenza perdono fruitori, visto che non è più necessario cliccare sopra per leggerli. Spesso poi, con errori: note sono le tante “allucinazioni” dell’IA, che per analizzare tanti dati in maniera rapida spesso li malinterpreta, o li riporta in maniera errata. Contribuendo così a diffondere informazioni sbagliate.

DA BRUTTE A SLOP Qualcuno potrebbe dire: basta non stare su Internet, stare nel “paese reale”, e l’uso smodato dell’IA cessa di essere un problema. Ma non è così: i contenuti creati con le intelligenze artificiali hanno ormai travalicato i confini del digitale, per diventare una presenza fissa anche nel mondo fisico. E a dimostrarlo, c’è uno dei contesti più ruspanti in assoluto: le sagre di paese. La pagina Instagram Sagrebrutte, un «archivio digitale di locandine di feste di paese fatte con il cuore» quest’estate ha condiviso un appello: basta locandine fatte con l’IA. Una pratica che ha preso sempre più piede negli ultimi anni, visti i costi praticamente nulli e la facilità di realizzazione anche da parte di chi non è pratico di strumenti digitali. Il rovescio della medaglia sono però prodotti tutti uguali, privi di quella fantasia a volte esteticamente rivedibile, ma che è parte stessa del folklore provinciale. Le immagini realizzate dall’intelligenza artificiale, pulite ma “senz’anima”,  sono quello che viene in gergo tecnico definita “AI slop”, in italiano “sbobba dell’IA”, contenuti generati in massa dall’intelligenza artificiale che vengono fruiti perlopiù tramite social. E a produrli non sono certo solo i solerti volontari delle Pro loco per la festa del paese: esiste tutto un filone di brevi soap opera (spesso con animali o frutta antropomorfa come protagonisti) che viaggia tra Instagram e TikTok, e la propaganda politica stessa, passando dai video sempre più bizzarri e provocatori del presidente degli Usa Donald Trump a quelli in stile Lego del regime iraniano, ormai è prodotta in gran parte da software di intelligenza artificiale. Il tutto con un’estetica forse funzionale, ma prevedibile, riconoscibile, omologata. Che toglie il gusto del bello e, paradossalmente, anche quello inconfessabile del brutto di una locandina di paese.

Alessio Facciolo

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