«Uomo nervoso che vive in un mondo frenetico e congestionato, il signor Palomar tende a ridurre le proprie relazioni col mondo esterno e per difendersi dalla nevrastenia generale cerca quanto più può di tenere le sue sensazioni sotto controllo». Non è solo il protagonista del romanzo di Calvino del 1983 a condividere questa sensazione di fronte alle onde e alla frenesia dell’esistenza, 42 anni e una rivoluzione digitale dopo «il 55% delle persone preferisce soluzioni veloci ai metodi tradizionali», come racconta il report “Life Trends 2025” pubblicato da Accenture un anno fa e basato sulle opinioni di circa 25mila persone in 22 paesi del mondo. Un’indagine di mercato, che però fotografa un sentire esistenziale: è il tempo dell’impazienza. Non che gli esseri umani siano diventati impazienti nel 2025 – di fatto lo sono sempre stati e l’impazienza ha basi nei meccanismi di sopravvivenza – ma è la tecnologia ad aver reso possibile per l’umanità di esserlo esponenzialmente di più.
PERCHÉ Questo stato d’animo è stato oggetto anche di studi scientifici, come una ricerca congiunta delle università del Texas e di Chicago che riuniva tre studi longitudinali sull’argomento per individuare delle costanti o delle linee di tendenza. Uno era relativo all’attesa di conoscere i risultati delle presidenziali del 2020, uno era inerente alla sperimentazione del vaccino per il coronavirus durante la pandemia, uno si occupava di gruppi di persone che aspettavano il pullman. Dall’incrocio tra i tre emergeva come l’impazienza aumenti nel momento in cui si avvicina la conclusione dell’attesa (reale o presunta). Anzi, era più impaziente non chi aspettava da più tempo il bus, ma chi si era convinto che dovesse arrivare da un momento all’altro.
In una prospettiva comportamentista, la vicinanza al raggiungimento di un obiettivo aumenta lo sforzo e il desiderio di “tagliare il traguardo”, un’attesa prolungata frustra questo impegno e questa aspettativa.
ALTRE FORME Tuttavia questo non è l’unico tipo di impazienza che le persone sperimentano. Pensando alla vita quotidiana, sono diversi i campi in cui si manifestano dei comportamenti “binge” ovvero da “abbuffata” di qualcosa. Dal cibo – dove il fenomeno può connotarsi come un vero e proprio disordine alimentare – alla visione compulsiva di film e serie tv, assecondata dalle piattaforme di streaming col rilascio di tutte le puntate di una stagione in un’unica data. A un altro livello si colloca l’impazienza di chi aspetta un pacco che non arriva – 3 consumatori su 4 vogliono ricevere un bene nell’immediato, altrimenti cambiano fornitore – di chi si ritrova senza connessione o con una connessione lenta oppure di chi “skippa” o “scrolla” a seconda della piattaforma. Un altro ancora è quello dell’insofferenza di fronte a code e file di tutti i tipi (dal traffico agli sportelli, ai negozi).
PALLONE Un’incapacità di stare fermi che sta diventando un problema anche nello sport e in particolare per lo sport più popolare per eccellenza. Nel calcio «la Generazione Z in meno di cinque anni sarà il target principale. Pensiamo che ciò che viene offerto loro in questo momento sia ciò che vogliono? Dobbiamo fornire competizioni entusiasmanti» diceva nel 2021 Andrea Agnelli, all’epoca presidente della Juventus. Un pubblico cresciuto col videogame “Fifa”, abituato da un lato ad avere in mano un joystick e quindi agire in continuazione e dall’altro a partite non di 90 minuti, ma sintesi. Sempre Agnelli, all’Eca a marzo dello stesso anno, avrebbe aggiunto che «nessuno dei miei figli è mai stato seduto vicino a me per 90 minuti mentre stavo guardando una partita». Immaginando contenuti “snackable” tipo abbonamenti per 15 minuti di una partita. Se vale per il calcio, può valere per la cultura (dalla lettura in giù) e per la conoscenza, soprattutto da quando perfino una ricerca su Google è stata semplificata dalle risposte – spesso fallaci – dell’IA Gemini. Del resto chiunque abbia confidenza con podcast, video online e audiomessaggi sa che esiste l’opzione “1.5X” oppure “2X” che consente di velocizzare l’ascolto o la visione di un contenuto; non ci sono statistiche su quanti la scelgano, ma già il fatto che le aziende abbiano investito per svilupparla è significativo di una domanda di questo servizio.
TREND DI VITA Del resto Accenture precisa che «l’economia dell’impazienza» – che non è solo il riflesso del comportamento, ma anche indotta da meccanismi economici di continuo “engagement” – si manifesta anche in settori dove i rischi possono essere più alti, come quelli della salute mentale e fisica e della finanza. «Qualunque cosa che un brand può fare che renda la mia vita più semplice o mi risparmi del tempo – racconta una delle intervistate dal Regno Unito – è qualcosa su cui penso sia importante investire del denaro sia nel breve sia nel lungo termine». La tecnologia consente di farlo perché «al cuore di questo trend c’è il fatto che le persone stanno trovando soluzioni veloci tramite contenuti online che soddisfano la loro crescente impazienza». Nell’ambito della salute, a fronte del costo di esami e consulti specialistici così come dei tempi d’attesa lunghi, «le persone cercano aiuto dai social media, che è più rapido di aspettare un appuntamento», preferendo le auto-diagnosi e gli auto-trattamenti anche se questi sono pericolosi e possono peggiorare la situazione: «Se ho sintomi leggeri – racconta Mel dal Sud Africa – certamente internet è un amico e ovviamente ci sono medici sui social media che possono dare consigli».
RIVOLUZIONARIA Vi è tuttavia anche un’irrequietezza “positiva”. Intervenendo agli “Stati generali della natalità”, la scorsa settimana il presidente Mattarella ha posto questa riflessione: «Entra qui un’altra contraddizione. In una società centrata sulla velocità, sul tempo reale, i giovani – e non per loro responsabilità – vengono messi in condizione di rischiare di essere in costante ritardo. Ma non è loro responsabilità. In ritardo nel trovare una occupazione stabile. In ritardo nel rendersi autonomi dalla famiglia di origine. In ritardo nell’avere accesso a una propria abitazione. In ritardo nel mettere su famiglia. In ritardo anche nell’avere figli». Vi è allora un’impazienza che è quella di chi non percepisce più come efficaci le strutture socio-economiche vigenti. Anche Accenture rileva che in ambito finanziario la spinta a cercare percorsi più rapidi nasce da «una traiettoria salariale troppo lenta nel lavoro» e dalla «incertezza». La sociologa Ota De Leonardis, intervistata da Animazione Sociale nel 2017, affermava «io oggi sento più la mancanza dell’impazienza». Di fronte alla diffusione di «atteggiamenti adattativi» per cui «la realtà diventa addirittura necessità», si cade nel «there is no alternative» di Margaret Thatcher, mentre
dove invece a muovere l’azione nel sociale sia l’impazienza, si torna a discutere di principi e questioni di giustizia.
VITA IMPAZIENTE Perciò, se già a metà ‘800 si poteva scrivere «la modernità è il transitorio, il fuggevole, il contingente», occorre ricordare che Baudelaire aggiungeva «è la metà dell’arte, della quale l’altra metà è l’eterno e l’immutabile», un’irrequietezza necessaria, come scopre il signor Palomar, che «non si perde d’animo e a ogni momento crede d’esser riuscito a vedere tutto quel che poteva vedere dal suo punto d’osservazione, ma poi salta fuori sempre qualcosa di cui non aveva tenuto conto. Se non fosse per questa sua impazienza di raggiungere un risultato completo e definitivo della sua operazione visiva, il guardare le onde sarebbe per lui un esercizio molto riposante e potrebbe salvarlo dalla nevrastenia, dall’infarto e dall’ulcera gastrica. E forse potrebbe essere la chiave per padroneggiare la complessità del mondo riducendola al meccanismo più semplice». O forse quella dell’immutabile è solo un’illusione, un inseguire un’onda pensando di poterla cogliere nella sua finitezza. La vita è impaziente nel senso etimologico di non saper sopportare a lungo situazioni sgradevoli o dolorose: «Basterebbe non perdere la pazienza, cosa che non tarda ad avvenire. Il signor Palomar s’allontana lungo la spiaggia, coi nervi tesi com’era arrivato e ancora più insicuro di tutto».
Giuseppe Del Signore



