Da Milano la mafia emigra in provincia

L’immigrazione che la provincia di Pavia deve temere è quella dei clan mafiosi che, da Milano, si stanno spostando ai piccoli centri del Pavese. E’ questa la fotografia che fa il Monitoraggio della presenza mafiosa in Lombardia, rapporto di oltre 190 pagine realizzato dall’osservatorio Cross e da Polis Lombardia e presentato, lo scorso 28 ottobre, dall’accademico Nando dalla Chiesa nel corso di una seduta dell’antimafia regionale. Il dossier, relativo al periodo 2018-2021, vuole essere un aggiornamento approfondito sul fenomeno della criminalità organizzata in Lombardia: tra le tante dinamiche rilevate (come l’aumento di fenomeni mafiosi in provincie prima “vergini” come quelle di Cremona o Mantova) c’è anche lo spostamento di alcune famiglie dell’area sud milanese verso la provincia di Pavia, e in particolare nell’area di Casorate Primo, dove da tempo è certificata la presenza di clan calabresi legati alla zona di Platì. Una strategia che sa di «ritirata strategica finalizzata a creare nuovi “fortini” meno controllabili ed espugnabili dalle forze dell’ordine». Se il fenomeno possa allargarsi alla Lomellina, dove sono tanti i piccoli centri dove esponenti di clan mafiosi potrebbero, in teoria, replicare questo modello, è presto per dirlo.

Il confronto sulla riapertura del Tribunale andato in scena in Cavallerizza qualche mese fa ha però riacceso i riflettori su un tema, quello della criminalità organizzata sul territorio, che da tempo sembrava essere passato un po’ in secondo piano all’interno del dibattito pubblico. E ancor più significativo è stato che a lanciare l’allarme più accorato («Vogliamo essere attrattivi solo per la malavita?») sia stato Alberto Righini, presidente del Comitato Intercategoriale e quindi esponente di quel mondo produttivo che, dagli anni del boom economico in poi, è spesso stato vittima delle attività mafiose.

i relatori del convegno sul tribunale dello scorso settembre

UN TERRITORIO INFILTRATO La Lomellina e Vigevano non sono estranei a infiltrazioni dei clan: lo stesso Monitoraggio riporta come nel 1972 fu proprio nella città ducale che venne dato il via alla “stagione dei sequestri” in Lombardia con il rapimento, da parte di Cosa Nostra, di Pietro Torielli, figlio di imprenditori dell’industri calzaturiera. La mafia siciliana lasciò presto campo a quella calabrese: una presenza iniziata con l’arrivo nel 1968 del boss Giovanni Cotroneo e negli anni ’70 con l’arrivo dal reggino di soggetti legati al clan Valle Lampada, spostatosi poi verso la fine degli anni ’90 nel sud-ovest milanese. Non stupisce quindi che nel 1999 il tema in terra ducale fosse ancora caldissimo: su iniziativa della procuratrice capo di Vigevano Carmen Manfredda, al teatro Cagnoni era stato organizzato un dibattito sull’usura alla presenza di personaggi dall’alto profilo istituzionale, come l’allora presidente della Camera Luciano Violante e Pietro Grasso, ai tempi magistrato. All’epoca il sindaco Valerio Bonecchi dichiarava come in città ci fossero ancora 30 persone che aspettassero i risarcimenti dovuti alle vittime di usura; tra i presenti, tra l’altro, c’era anche Maria Grazia Trotti, imprenditrice vigevanese che per prima aveva squarciato il velo che circondava le attività estorsive del clan Valle.

LE INDAGINI Ma qual è a oggi la reale presenza della criminalità organizzata sul territorio vigevanese e lomellino? Il monitoraggio, pur evidenziando criticità principalmente in altre aree della provincia (locali della ‘ndrangheta a Pavia e Voghera, lo spostamento dei clan dal Milanese a Casorate) non esclude nemmeno che la Lomellina sia immune da infiltrazioni. Lo dimostrano tra le altre cose alcuni fatti di cronaca recente citati nel documento, come l’operazione “Fuel Discount”, portata a termine nel febbraio 2020, e le indagini sul rogo della Eredi Bertè di Mortara. Nel primo caso, che ha avuto Vigevano come epicentro, uomini del clan camorristico dei Polverino e della famiglia romana dei Casamonica avevano messo in piedi un sistema di frode sulle imposte per la vendita di carburante, che veniva acquistato all’estero, depositato nella città ducale e poi distribuito a diverse pompe nel nord Italia.

Alcuni dei beni sequestrati durante l’operazione “Fuel Discount”

Sulla Eredi Bertè, grazie alla collaborazione della ex moglie di una delle persone coinvolte, si è arrivati nell’ottobre 2021 all’arresto di tre persone, amministratori della discarica mandata alle fiamme da uno degli stessi per evitare controlli sulla quantità di rifiuti stoccati nell’area, superiore al consentito, e incassare i soldi dell’assicurazione. La testimonianza della donna ha, tra le altre cose, appurato come la stessa fosse stata minacciata di morte da un collaboratore dell’ex consorte, persona risultata poi legata a una ‘ndrina di Milano: e pur non essendo indagato direttamente nel caso dell’incendio «il suo stesso ruolo nella società, come braccio destro dell’amministratore unico dell’azienda – si legge nel report – diventa perciò un elemento importante per comprendere la centralità della criminalità organizzata nella stagione degli incendi di rifiuti in Lombardia». Un vigevanese, infine, è rimasto coinvolto nella girandola di arresti dell’operazione “Mixus”, condotta nel 2021 dalla Gdf di Pavia e che ha portato allo smantellamento di un sodalizio italo-peruviano per il contrabbando e lo spaccio di cocaina.

Quelli legati agli stupefacenti, tra le altre cose, sono tra i reati in crescita negli ultimi anni tra quelli denunciati in Provincia (203 nel 2018, 215 nel 2019, 197 nel 2020 contrapposti ai 133, 167, 181 del triennio precedente), anche se è il riciclaggio di denaro sporco quello ad aver fatto il vero boom: 77 casi denunciati nel 2020 contro i 35 del 2019 e i 21 del 2018, numeri comunque molto più alti dei 7,14 e 9 del periodo 2015-2017. Tra gli immobili sequestrati, la Lomellina è seconda, e di poco, ai confini nord orientali della Provincia (60 a 63): 24 a Vigevano, 11 a Dorno, 6 a Robbio, 5 a Garlasco, 4 a Gambolò, 3 a Suardi, 2 a Cilavegna e Zerbolò e 1 ad Alagna, Mortara e Sannazzaro. Grandi città, ma anche centri di medie dimensioni o piccoli paesi di campagna: un’ulteriore prova di come le mafie abbiano “avamposti” ovunque.

Alessio Facciolo

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