Bisognava andare presto, alla fiera, per comprare i cavalli. Qualche anziano magari se lo ricorda ancora, di quelle levatacce all’alba, per essere presto sul posto e poter scegliere l’esemplare migliore, quando ancora gli animali erano freschi dal riposo serale. Le trattative potevano durare a lungo, e mentre il capofamiglia (o chi per esso) era impegnato a contrattare il prezzo, gli altri potevano fare un giro tra i banchi del mercato che già si animavano: frutta e verdura di ogni tipo, leccornie provenienti da posti lontani, stoffe, attrezzi, stoviglie. Non c’era bisogno di viaggiare, nel giorno del mercato: era il mondo a fare visita a domicilio, portando merci, notizie, storie.
BESTIE Anche oggi ci sono gli animali, in fiera: e come un tempo, sono le prime ore del mattino quelle ideali per fare acquisti. La città ducale, nel 1920, con delibera del commissario regio aveva addirittura istituito un vero e proprio mercato del bestiame, da tenersi ogni primo mercoledì del mese. Cavalli, asini e muli, almeno a Vigevano, non ci sono più: ma galline, anatre, oche, tacchini, faraone e quaglie continuano a essere venduti, nei giorni di fiera, riportando la mente a tempi più remoti, tempi di aie e cascine, di fieno e di terra. E poi ci sono gli animali d’affezione: nell’acqua delle vaschette, le squame delle carpe koi e dei carassi dorati riflettono la luce in tanti colori differenti, mentre piccole tartarughine d’acqua prendono il sole, su qualche rialzo di plastica. La tentazione di portarseli a casa è forte, ma attenzione, non sono giocattoli, andrebbe detto ai bambini, e non vanno abbandonati in natura, andrebbe detto ai grandi: una raccomandazione che vale anche per tutte le altre creature della fiera, sia d’aria, come canarini, pappagalli e diamantini, sia di terra, come criceti, cavie, conigli, chipmunk e ovviamente cani e gatti.
SAPORI Pur nel numero calante di bancarelle e di avventori che ogni anno si registra in fiera, chi vende cibo raramente va in bianco: il poter portare nella propria cucina di casa specialità d’altre parti d’Italia, o prodotti freschi a chilometro zero, oppure mangiare sul posto panini e dolciumi speciali, rientra d’altra parte tra le peculiarità di ogni mercato ambulante. Dietro le quinte, restano tante regole da rispettare: guardando ancora al passato, nel 1941 a Vigevano esisteva addirittura un mercato settimanale esclusivamente di fagioli, prodotto tipico del territorio, mentre la vendita di altri prodotti, come legumi, patate e frutta, era sottoposta a limitazioni, probabilmente a causa della guerra. Una proposta, quella alimentare, che ieri come oggi continua a coinvolgere ognuno dei cinque sensi: la vista che cade su banchi imbanditi di salumi, formaggi, caramelle e conserve, le narici che si riempiono degli odori di tartufo e spezie, mentre lo sfrigolio di salsiccia sulla piastra anticipa il momento in cui quel panino, croccante tra le mani, verrà finalmente addentato e gustato.
CAOS Nell’epoca di Amazon e dei megastore dove si trova tutto, andare in fiera alla ricerca di oggetti inusuali può sembrare un eccentrico anacronismo. Il concetto di fiera stessa, d’altra parte, sembra appartenere a un’altra epoca: un’epoca dove i prodotti non arrivavano tramite corriere, e le notizie non viaggiavano sulle strade invisibili di internet. La fiera del Beato Matteo, per la sua stessa conformazione, taglia inevitabilmente fuori chi non lavora in città; e anche tra chi lavora a Vigevano, sono sempre più le realtà per le quali il giorno del patrono è un giorno lavorativo come tutti gli altri. Eppure, ogni anno gli spazi tra le bancarelle si affollano, e chi non può cerca comunque di fare una capatina, per «vedere quello che c’è». Dando vita a quel caos ordinato di sapori, voci, prodotti del mercato che contraddistinguono le fiere di ogni epoca.
Alessio Facciolo

