28 settembre, XXVI Domenica Tempo ordinario

Della parabola del ricco (di cui il Vangelo non riporta il nome) e del povero Lazzaro ricordiamo facilmente la contrapposizione fra i due protagonisti: mentre il ricco è vestito «di porpora e lino finissimo», Lazzaro è «coperto di piaghe» leccate dai cani; mentre il primo può permettersi lauti banchetti, il secondo desidera ciò che cade dalla sua tavola; infine, persino in morte, mentre il ricco «morì e fu sepolto», Lazzaro semplicemente «morì», senza ricevere dunque neppure sepoltura.

La contrapposizione continua, seppure a parti invertite, anche dopo la morte dei due: mentre Lazzaro è «accanto ad Abramo», il ricco è «negli inferi, tra i tormenti». Il ricco si rivolge allora al patriarca chiamandolo «Padre Abramo» (a dimostrazione che egli condivideva la fede di Israele; la sua vita, però, era stata evidentemente ben lontana dall’incarnarla!) ed esprime un desiderio che può stupirci per la sua piccolezza: egli chiede infatti soltanto che Abramo mandi Lazzaro a intingere un dito nell’acqua e a bagnargli le labbra, così da placare l’arsura. Ugualmente piccola, tuttavia, era stata la brama di Lazzaro durante la sua vita: di sfamarsi con ciò che cadeva dalla tavola del ricco. La risposta negativa del patriarca non è un semplice contrappasso (come se ai beni in questa vita corrispondano meccanicamente i mali nell’altra, e viceversa): Abramo continua infatti a spiegare che è impossibile che Lazzaro raggiunga il ricco perché tra loro è posto un «grande abisso», che rende impossibile il passaggio. Tornando all’inizio del Vangelo, possiamo ora notare che là vi era una semplice «porta», sulla quale stava Lazzaro e che il ricco avrebbe potuto senza difficoltà attraversare:

non averlo voluto fare è il motivo di condanna, non la ricchezza in quanto tale.

Anche la seconda richiesta avanzata dal ricco, non più per sé ma per i suoi cinque fratelli (Lazzaro vada ad avvisarli, perché non subiscano la sua stessa sorte) trova il rifiuto di Abramo: bastano le parole di Mosè e dei Profeti. Il ricco ribatte un’ultima volta, sostenendo che per la conversione sia più efficace la testimonianza di uno tornato dai morti (quanti di noi, onestamente, non concorderebbero?); il rinnovato «no» di Abramo, che rimanda ancora a Mosè e ai Profeti, non è da intendere come cieca obbedienza ad autorità passate: Mosè e i Profeti non sono tanto coloro che ci hanno trasmesso ordini divini che esigono obbedienza, quanto testimoni dell’incontro salvifico con Lui. Dio Padre offre però la Sua salvezza a figli responsabili, capaci di farla propria incarnandola in una vita concretamente attenta a chi sta loro accanto ed è nel bisogno, a chi non necessita neppure di ciò che ci serve ma soltanto di ciò che ci è superfluo.

don Luca Gasparini

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