«Io sogno e penso in russo». La testimonianza di Alla Bornatovych non parla della guerra, ma del desiderio che si concluda e che il frastuono dei cannoni lasci il posto alla voce delle persone.
Quella di Alla, 32 anni, è calma nonostante dai bombardamenti di Kiev abbia dovuto fuggire per ritornare da esule a Vigevano, una città che l’aveva vista studentessa quando era alle superiori, tra i banchi dell’istituto Casale.
Dove è tornata venerdì scorso, ospite nell’aula magna del seminario per raccontare la sua storia agli alunni delle classi quarte. «Il 23 febbraio gli aerei volavano di continuo – ha spiegato rispondendo alle domande della docente Elena Gorini, organizzatrice dell’evento – io abitavo vicino all’aeroporto di Kiev, si capiva che stava succedendo qualcosa. Dalle 22 invece silenzio totale, su Flightradar non c’era un aereo in volo in tutto il territorio ucraino e bielorusso. Alle 5.30 del mattino mi sono svegliata,
sentivo scoppi in lontananza e tutt’intorno gli allarmi delle macchine che suonavano

DIALOGO INTERROTTO E’ l’inizio della guerra e la fine di una convivenza tra due popoli che l’invasore diceva uno. «Adesso i rapporti non sono buoni – ha dichiarato Bornatovych – ma quasi ogni russo ha un parente in Ucraina e viceversa».
Le mie due nonne sono russe, la cultura è simile, la maggior parte degli ucraini parla russo
«Io che abito nella parte centrale del paese l’ho sempre parlato, tra ragazzi a scuola si parla russo, solo con i prof e in università si usa l’ucraino». Una lingua fissata come ufficiale per legge, ma che non ha soppiantato la precedente cosicché «perfino la serie tv “Servitore del popolo” era russa in origine». E’ il telefilm impersonato da Zelenskij quando era un attore e diventava presidente per finzione cinematografica, prima che accadesse nel mondo reale, dove «ha unito le persone, è visto come un eroe pure da chi non lo sosteneva e apprezzava. Secondo me sta facendo tutto quello che può, è rimasto a Kiev, è andato a Bucha di persona».

CAUSE ED EFFETTI Ora la violenza è sotto gli occhi di tutti, ma prima nemmeno tutti gli ucraini avevano la percezione di quanto stesse accadendo in Donbass. «I media ucraini accusavano i russi e quelli russi gli ucraini e non si capiva nulla – ha detto agli studenti del Casale – tanto che una parte del paese non aveva la percezione che lì ci fosse la guerra dal 2014». Né le risulta che l’Ucraina fosse in mano a dei “nazisti”: «Le persone normali non li hanno mai visti. Ci sono gruppi fortemente credenti nel nazionalismo, ma a mio parere sono una minoranza». La maggioranza, come Alla, si sente «occidentalizzata, aspira a valori europei, alla democrazia»
per il popolo ucraino il modello russo è sempre più estraneo, a maggior ragione dopo la guerra, che è stata una svolta
VERSO L’ITALIA Alla è fuggita, letteralmente, da una città che, nei primi giorni del conflitto, sembrava dovesse cadere in mano alle forze d’occupazione russe da un momento all’altro, ma nelle sue parole non c’è traccia del carico retorico e ideologico di cui sono intrise tante cronache dal fronte di quella che è la guerra al contempo più coperta e meno “raccontata” dell’età contemporanea. «Con il mio fidanzato ci siamo spostati a casa dei suoi genitori – ha ricordato – in una villetta con una cantina da poter usare come rifugio quando sentivamo gli allarmi antiaerei». Da lì lei ha deciso di raggiungere Leopoli in treno, un viaggio lungo, ma non una fuga precipitosa, per poi spostarsi in una cittadina polacca e arrivare a Varsavia, per prendere un aereo con destinazione Milano, fino a Vigevano dove vive la madre. Nel frattempo a Kiev «resta il pericolo aereo, ma la vita si sta normalizzando, i pullman hanno ripreso a circolare, i ristoranti riaprono e si torna al lavoro», eppure il futuro resta incerto. «Spero che la guerra finisca e la gente smetta di morire, soprattutto i civili che magari di politica neppure si interessavano (come me)».
Tutte le altre cose si sistemano: le case si ricostruiscono, i vestiti si comprano, il lavoro si trova, ma la vita va protetta
Giuseppe Del Signore

