“Educere”: letteralmente trarre fuori, ma anche allevare e per estensione istruire. Questo il significato del verbo che arriva nella lingua italiana dal latino, con un’etimologia che è rivelatrice di ciò che attiene alla sfera dell’educazione e ai ruoli, compiti e doveri degli educatori intesi come figura professionale.
DOVERI L’educatore aiuta e accompagna le persone, fornendo gli strumenti necessari per esprimere le loro potenzialità. Può operare esercitando la propria professione mentre collabora con altri professionisti come insegnanti, pedagogisti, medici, psicologi. A seconda delle competenze in cui ha deciso di specializzarsi, un educatore può lavorare, tenendo compito degli ambiti in cui ha scelto di specializzarsi, in varie realtà e contesti: asili nido e scuole dell’infanzia, scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado, carceri, centri di inserimento e cooperazione culturale, centri per minori, comunità di recupero, istituti per anziani o per malati cronici o per persone con disabilità, perfino in strada.
A seconda dei rispettivi settori d’impiego un educatore deve sviluppare delle abilità specifiche.
COMPETENZE Lavorando a contatto con comunità straniere è richiesta o quanto meno apprezzata la conoscenza di almeno due lingue parlate dagli ospiti, operando con i bambini si deve possedere una buona conoscenza in ambito pedagogico, mentre gli educatori che esercitano la propria professione nelle case di reclusione dovranno conoscere i principi che stanno alla base della rieducazione fisica, relazionale e psicologica. Per diventare educatore è necessaria la laurea triennale in Educatore professionale sanitario ed educatore professionale. Al termine del percorso di primo livello è possibile conseguirne una magistrale in ambito sanitario o socio-pedagogico, ma la formazione prosegue anche durante l’attività lavorativa con i corsi di perfezionamento (Ecm), obbligatori per gli operatori di professioni sanitarie.
a cura di Edoardo Varese
1Marco Vassori: «Poniamo le basi per un approccio diverso alla vita»
Darsi obiettivi, cercare soluzioni e avere un approccio per certi versi scientifico alle questioni. «Se capiamo che la soluzione non va bene ritorniamo sui nostri passi – spiega Marco Vassori, educatore di comunità vigevanese – abbiamo a che fare con persone ciascuna con il proprio carico emotivo. Non si può essere considerati buoni educatori se prima di tutto non si instaura un rapporto e una connessione con la persona o le persone che si seguono». Il tutto condito da una serie di doveri dai quali non si può prescindere.
COSTANZA «Il dovere e la capacità di creare opportunità, scoprendo di volta e in volta le caratteristiche della persona che si segue, scoprendone e facendone emergere i pregi, i difetti, le capacità. Un grande errore che commette la nostra società quando si parla di educativa è il ritenere che il mondo di oggi sia paragonabile a quello di 20 o 30 anni fa». Soprattutto per quanto riguarda ragazzi che hanno bisogno di essere cercati e avvicinati a una figura educativa. «Non tutti avranno voglia di stare accanto a un educatore, ma gli effetti del lavoro che iniziamo oggi potranno essere visti tra qualche anno».
L’educatore lavora per mesi, a volte per anni, senza mai vedere risultati: è come se ponesse le basi affinché un ragazzo possa avere un approccio nuovo alla propria vita e alla realtà che lo circonda. L’educatore è quindi una figura di riferimento.
FIDUCIA Essere educatore di comunità significa anche «ricoprire la figura del genitore: viviamo con i ragazzi, li portiamo al mare, li sosteniamo durante i momenti di difficoltà. Quando capiscono l’importanza di avere accanto una figura educativa, significa che il nostro lavoro sta funzionando». Un esempio positivo porta sempre qualcosa di positivo, alla base di tutto ci deve comunque essere la fiducia. «Spesso capita che dei ragazzi siano talmente traumatizzati dal rapporto umano, dal non riuscire ad affidarsi nemmeno a noi. Il lavoro educativo si impara ogni giorno, ha alti e bassi. Dobbiamo comunque agire sempre da squadra se vogliamo fare un buon lavoro».
2Luca Sartori: «L’educativa di strada porta a diretto contatto coi giovani»
Mettere in pratica quanto si è appreso studiando sui libri. E’ quello che sta facendo Luca Sartori che, iscritto alla facoltà di Scienze dell’Educazione all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, sta imparando il mestiere dell’educatore. «Mi trovo nel periodo in cui si entra a contatto diretto con le persone – racconta Sartori– ho svolto 200 ore di tirocinio presso la fondazione Somaschi: un’occasione che mi ha consentito di ricevere varie proposte lavorative». E di riflettere sulla propria persona per mettersi a disposizione del prossimo. «A marzo ho iniziato a svolgere un servizio educativo con due minori. Il tribunale ha stabilito che questi ragazzi necessitavano di una figura educativa. Da un’utenza generale sono arrivato a lavorare su casi specifici e sono entrato in contatto con tutto il nucleo famigliare».
ESPERIENZE In questo modo si inizia a maturare esperienza sul campo. «Nel mentre, mi è stata avanzata un’altra proposta di un anno. Un’educativa di strada nell’area di Milano sud, che consiste nell’effettuare diversi interventi con unità mobile. Si fa sensibilizzazione in strada, parlando a diretto contatto con i ragazzi, ma anche all’interno dei locali. Successivamente, si lavora e si interviene anche sui singoli casi». Per rendersi conto e farsi carico della sofferenza altrui. «Questo percorso mi sta insegnando che quello dell’educatore professionale è un lavoro di costante ricerca, ci si interroga costantemente sul come si attraversano determinate situazioni». Instaurare un legame duraturo, basato su rispetto e fiducia, con le persone che l’educatore deve seguire è determinante, ma quale può essere una peculiarità che lo contraddistingue rispetto ad altri professionisti che operano in questi ambiti?
Un aspetto che differenzia la mia professione da quella dello psicologo, è proprio il fatto che qualcuno non può decidere di andare dall’educatore.
UNIONE «Un altro elemento fondamentale – evidenzia Sartori – è il lavoro di rete, quindi stare a contatto con psicologi, con i servizi sociali e con tutte le figure professionali coinvolte. Sempre tramite l’Università, sono stato coinvolto in un progetto di ricerca che prevede di lavorare sulle zone d’ombra del contesto educativo; per mezzo di interviste a professionisti del settore, approfondiamo le questioni latenti dell’educazione».
3Lorenzo Bocca: «Il ruolo educativo sta sparendo all’interno delle scuole»
Insegnare e infondere ai giovani i valori da usare nella vita di tutti i giorni. La missione di un educatore scolastico è questa. Offrire agli studenti che ne hanno bisogno degli strumenti che li possano arricchire dal punto di vista umano. Lorenzo Bocca Corsico Piccolino, educatore scolastico, è conscio dell’importanza del proprio ruolo. «Con i ragazzi che seguo mi trovo bene – spiega – in una scuola media di Vigevano assisto quattro studenti di prima, di cui tre ragazzi e una ragazza. Non ho mai riscontrato alcun problema, sebbene mi senta in dovere di sottolineare come il ruolo educativo stia venendo meno all’interno delle scuole».
DOVERI Ciò che a Bocca Corsico Piccolino preme sottolineare è che «la figura dell’educatore richiede parecchie componenti, deve riconoscere ogni situazione e capire in che modo intervenire perché ogni ragazzo ha delle esigenze specifiche». Non è difficile da immaginare le motivazioni per cui le mansioni di un educatore scolastico richiedono un grande impegno e altrettanta devozione, a partire dal costruire un ambiente relazionale sano in ambito educativo. L’educatore scolastico infatti lavora e coopera con i docenti e si impegna a garantire agli alunni con bisogni educativi speciali una crescita personale che consenta loro di sentirsi inclusi e partecipi all’interno della vita scolastica.
EDUCARE «A me preme far sì che i ragazzi tirino fuori il meglio di sé. Gli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere richiedono grande motivazione e concentrazione. Si tratta di un lavoro che necessita di responsabilità e professionalità. Siamo dei punti di riferimento per gli studenti» Educare: un verbo, una parola che significa in primis trasmettere qualcosa, anche in ambiti non legati al contesto scolastico. «Ho avuto modo di trascorrere due settimane a Forte dei Marmi, con ragazzi dalla seconda media alla seconda superiore. Il Comune di Casalmaggiore mette a disposizione la “Casa al Mare” e noi abbiamo una serie di attività che proponiamo ai ragazzi. Organizziamo gite, cacce al tesoro, andiamo al mare. Una vacanza educativa».
4Alessandra Frilli: «Instaurare fiducia nel bambino e diventare un modello»
Tirare fuori quello che ogni bambino ha dentro di sé. Per riuscirci è necessario far capire ai genitori che i propri figli sono seguiti e accompagnati da figure che si pongono la missione di far emergere tutte le capacità presenti nei più piccoli. Alessandra Frilli, educatrice d’infanzia che lavora all’Asilo Nido Comunale Gioia, spiega di come il compito di questa professione sia proprio quello di «instaurare fiducia nel bambino e rappresentare un punto di riferimento per la sua famiglia. L’elemento magico del nostro lavoro è il fatto che intrattenere dei rapporti con i più piccoli e con i genitori, scatena al nostro interno emozioni contrastanti: gioia, calore, felicità».
A volte, però, ci troviamo costretti a fare i conti con i nostri limiti, non sempre risulta immediato comprendere a fondo ciò di cui necessitano i bambini.
DOVERI Elementi contrastanti, ma tutti necessari per consentire all’educatore di ottenere una formazione completa. «Quando facciamo addormentare un bambino – spiega Frilli – e ci tiene per mano, percepiamo che si fida di noi, anche qualora pensiamo di aver commesso degli errori”. Dare per ricevere e viceversa. «Non insegniamo nozioni che i più piccoli devono imparare, non è questo il nostro compito. Noi tiriamo fuori qualcosa che è già presente in loro. Li aiutiamo ad incanalare le emozioni, a saperle gestire, adottando strategie specifiche in base al bambino che ci troviamo di fronte». Entrare nell’ottica di qualcuno che si sta approcciando alla vita. Osservare il mondo con lo sguardo di un fanciullo.
FIDUCIA «A volte si fa fatica a comprendere di cosa abbiamo realmente bisogno, visto che ci occupiamo di bambini fino ai tre anni di età. Tuttavia, sono sempre loro a restituirci quel pizzico e quella dose di sicurezza che pensiamo di aver perso, quando crediamo di aver commesso degli errori, con il loro modo di comportarsi. Cerchiamo comunque di procedere di pari passo con i metodi educativi dei genitori, in modo da non provocare confusione nella mente degli infanti»