L’Intervista / Valerio Marchesi, una vita al luna park

Dopo il successo del luna park sul piazzale della Brughiera durante la festa del beato Matteo, l’Araldo ha deciso di fare un tuffo nella vita di un giostraio, tornando da Valerio Marchesi, proprietario di una delle giostre più vecchie ed iconiche, ossia il Labirinto degli Specchi, per farsi raccontare qualcosa in più da lui.

Hai detto di essere un giostraio di quarta generazione. Com’è stato crescere in questo ambiente?

«Per me è stata tutta una questione di abitudine. Muoversi così spesso può, inizialmente, risultare pesante, ma dopo qualche anno diventa la normalità. Quando sono cresciuto, mi sono, naturalmente, avvicinato al mondo del lavoro di mio padre, cominciando ad aiutarlo nella gestione della giostra».

Racconta un po’ di più della tua famiglia, e come sono entrati nel mondo delle giostre.

«Non saprei dirti con precisione, onestamente, ma so che la mamma del mio bisnonno era una trapezista, mentre suo padre lavorava sempre nell’ambito del circo. Ai tempi era tutto completamente diverso: le giostre erano appena nate, spesso erano piccole e fatte di legno, e si muovevano sostanzialmente ogni giorno, fermandosi in vie e strade in giro per la città. Ti sto parlando della metà del 1800 circa. Il mio bisnonno è nato nel 1894, e ha iniziato a fare questo lavoro nel 1917-18, intorno alla fine della prima guerra mondiale. Aveva iniziato con delle giostre insieme alla mia bisnonna, ma non saprei dirti che tipo di giostra andava di moda ai tempi. Ho provato a chiedere più volte a mio nonno, per curiosità, ma oramai ha la sua veneranda età, e comincia a dimenticarsi alcune cose. So dirti con certezza, però, che è stato il mio bisnonno a cominciare. Ha poi passato l’attività a mio nonno, poi a mio padre ed infine ai miei fratelli e me».

Hai mai gestito attrazioni diverse dal labirinto degli specchi, o sei sempre rimasto su questo tipo di giostra?

«Assolutamente sì, ne abbiamo cambiate tantissime nel corso degli anni. Prima di questa avevamo quella specie di sala slot con i gettoni poco distante da noi. Gestivamo una giostra che oramai in Italia non c’è quasi più; quelle poche volte che si vede in giro, si trova maggiormente in Piemonte. Si chiama “Rumble”, e credo che ora si trovi in Belgio. Abbiamo avuto una giostra solo per bambini, attrazioni simili al labirinto degli specchi, come per esempio il “trenino fantasma”, la pesca dei cigni, le pistole ad aria compressa… Ci siamo cimentati in molti ambienti differenti, insomma. Nel corso degli anni cambiano le mode, e cambiano anche le giostre che piacciono. Ci sono ovviamente quelle storiche: il brucomela, il labirinto degli specchi, gli autoscontri, i seggiolini volanti… Poi ci sono le giostre che vanno a momenti, a periodi. Per esempio sono pochissimi anni che c’è questa giostra, il “Twister”, che sta cominciando ad andare di moda. Eppure è una giostra che è stata ideata negli anni ’80, ma ai tempi ne hanno fatte veramente poche, perché non piaceva, la gente non ci saliva. Ora, invece, sta vivendo un periodo di rinascita. È come per l’industria del fashion: oggigiorno stanno tornando popolari stili che venivano utilizzati negli anni ‘80-’90».

Com’è smontare, spostare e rimontare una giostra, soprattutto di queste dimensioni?

«È veramente complicato: il tutto è composto da un meccanismo, e ci sono vari passaggi obbligatori da seguire, sia per smontare che per rimontare tutto. Non puo fare prima il passaggio 16, poi il 7, il 24 e infine il 2, non so se mi spiego. Devi ricordarti sempre l’ordine esatto in cui vanno inserite le cose, perché si chiude tutto al millimetro. Devi fare in modo che si possa spostare, che si alzi grazie ai pistoni, alla parte idraulica… insomma, c’è da impazzire ogni volta».

intervista Valerio Marchesi giostraioAvendo girato, come ci hai detto, molte giostre negli anni, quali sono state le tue preferite da gestire?

«Attualmente, mi trovo abbastanza bene qui al labirinto degli specchi. Ci sono giostre che non ho mai avuto che, personalmente, da ragazzino mi piacevano. Mi trovavo sempre a salire, per esempio, sul Kiss Express. Se dovessi cambiare gestione e prendere una nuova giostra, mi piacerebbe puntare a qualcosa per ragazzi. Nel senso: io qua sono praticamente sempre seduto in cassa, arriva il cliente, paga il biglietto, fa il suo percorso nel labirinto ed esce. Non sono molto coinvolto in quello che succede all’interno dell’esperienza. La giostra fa tutto da sola, io non devo azionare niente, sono tutti meccanismi automatici. Quei tipi di giostre a contatto con i giovani, invece, mi sono sempre piaciute da cliente. La musica, il fatto di dover essere io a farla girare, stare più a contatto con il pubblico… è qualcosa che qui manca».

Da piccolo, invece, quali erano le tue giostre preferite?

«Questa è una domanda abbastanza complicata. Nel corso della mia vita sono salito su una miriade di giostre diverse: ti parlo di giostre che ora sono presenti solo all’estero, alcune che proprio sono state chiuse e altre ancora che hanno finito la produzione, andando, poco per volta, a scomparire. Ce ne sono effettivamente tante, ma posso provare a fare una top 3: al terzo posto, assolutamente la nave pirata. Mi ci ritrovavo sempre con i miei amici, e passavamo dei pomeriggi interi sopra. Al secondo posto penso che metterei il già citato Kiss Express. Una giostra tanto semplice quanto divertente. Al primo posto, e questa potrebbe risultare un po’ come una sorpresa, l’altra casa degli specchi, quella a tema polare dall’altra parte della fiera. Sarà 30 anni che è in piedi. Anche lei ha giocato un gran bel ruolo nella mia infanzia».

Qual è l’età media del tuo pubblico?

«La fortuna del labirinto degli specchi è che si tratta di una giostra sempreverde: per farti capire, già mio nonno si destreggiava nei più svariati labirinti. Questa è un’attrazione che unisce le generazioni: capita spesso di vedere bambini piccoli, intorno ai 5-6 anni, accompagnati nel labirinto dai genitori o dai nonni. Poi ovviamente c’è la fetta di adolescenti: dai 12 anni in su praticamente tutti vanno da soli. Può capitare che arrivi una zuccata qua e là, fa parte dell’attrazione. Una cosa interessante, però, è vedere come la maggior parte dei ragazzi qua dentro entri in gruppo. Raramente ci sono dei solitari che si cimentano nel labirinto. Posso assolutamente comprendere: mi ricordo che quando ero ragazzo entravamo sempre in gruppi e ci dividevamo e cercavamo la via d’uscita il prima possibile. Il bello arrivava quando qualcuno effettivamente riusciva a scappare fuori prima degli altri; in quel momento, cercavamo tutti di tornare sui nostri passi per trovare la stessa strada percorsa da quella persona. In certe occasioni, l’ultimo che usciva doveva pagare una pegno, come offrire il giro seguente ad un’altra persona, o di comprare da bere per tutti».

Quali sono i pregi e i difetti della vita di un giostraio? 

«Quando ero piccolo, a scuola, tutti i miei compagni mi chiedevano sempre se fosse difficile cambiare ambiente così spesso. Inizialmente non nascondo di aver avuto le mie difficoltà, ma con il tempo ci ho preso l’abitudine. Prima di me, come gestore della giostra, c’era mio padre: sono un giostraio di quarta generazione, ce l’ho nel sangue. Il bello è sicuramente la libertà e la flessibilità degli orari di lavoro. So di avere orari molto più vantaggiosi rispetto a gente che, per esempio, va in fabbrica. Se un giorno ho un problema da risolvere, posso permettermi di rimanere chiuso, o chiedere a mia madre di tenere aperto per me. Il brutto è essere etichettati. Spesso c’è il pregiudizio che il giostraio sia quello che frega i clienti, non paghi certe cose, che sia uno sfaticato. Crescendo, ho imparato che i pregiudizi non li viviamo solo noi come categoria, ma anche i ragazzi di colore, la gente che viene dal sud e così via. Sono luoghi comuni che inizialmente fanno male, ma con il tempo ti ci fai le ossa».

Edoardo Zanichelli

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