L’intimità violata di “Mia moglie”

Mogli, compagne e fidanzate mercificate a loro insaputa da quelli che dovrebbero essere i loro “compagni di vita”. Sono oltre 30mila i partecipanti del gruppo “Mia moglie” su Facebook, attivo dal 2019. Un “punto di ritrovo” virtuale dove venivano condivise senza consenso le foto intime di mogli e compagne, il tutto accompagnate da commenti violenti e sessisti. Nonostante la tardiva chiusura da parte di Meta, il fenomeno sembra essere la punta di un iceberg, con molti degli utenti decisi a spostarsi su Telegram e WhatsApp e altri pronti a fondare nuovi gruppi su Facebook.

Nicla Spezzati
Nicla Spezzati

INDIGNAZIONE «La mia prima indignazione è che si tratti di uno stupro digitale, destinato a perpetuarsi nel tempo – spiega Nicla Spezzati, presidente del centro antiviolenza Kore di Vigevano – Anche se un gruppo viene chiuso, riappare altrove, alimentando la rete del revenge porn, che ancora oggi non viene trattato con la gravità che merita». Una serie di casi che si vede sempre più tra i giovanissimi. «È una mercificazione aberrante del corpo della donna, della madre, della sorella, non per denaro ma come puro oggetto di possesso – racconta – Non è solo violenza sessuale, è violenza di genere e contro la persona, perché significa negare l’altro come essere umano. Per questo io credo che non basti chiudere i gruppi, ma serva un riconoscimento chiaro nel Codice rosso». Anche chi guarda e consuma quelle immagini è complice.

Siamo ancora immersi in una cultura patriarcale che non abbiamo superato, per questo lavoriamo molto nelle scuole sul tema del consenso, che non è solo sessuale ma riguarda ogni relazione.

PREOCCUPAZIONE Un vero e proprio «campanello d’allarme per le persone mature e allo stesso tempo un monito per accompagnare i giovani in un percorso preventivo ed educativo alla sessualità» commenta don Roberto Signorelli, responsabile dell’ufficio per la Pastorale della famiglia della diocesi di Vigevano. L’opinione più comune è che la mercificazione del corpo femminile abbia le stesse radici culturali che portano al femminicidio. Una teoria che il sacerdote non respinge, preferendo tuttavia rispondere in modo propositivo: «È certamente una forma di abuso e di violenza che trova radici in una cultura della “morte” in ogni suo aspetto, anche psicologico e affettivo. Bisogna restituire dignità alla bellezza del corpo e sollecitare la presenza di testimoni che si prendano cura della relazione, con uno sguardo all’antropologia cristiana e alla centralità della persona. È chiaro che, oltre alla scabrosità delle foto in questione, si aggiunge una violazione della privacy, in quanto si tratta di immagini “rubate” senza il consenso delle dirette interessate. Per questo le coppie cristiane di fidanzati e sposi devono farsi carico di un’educazione alla reciprocità che è una delle chiavi di volta della maturità affettiva, per accompagnare le nuove generazioni in una dimensione di cura delle relazioni sentimentali».

Rz, Dz

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