Occupazione, meglio quantità o qualità?

Fuga di giovani, scarsa attrattività di investimenti, stagionalità e precarietà sono i principali limiti del mercato del lavoro in Lomellina e in parte anche a Vigevano. La città ducale mitiga le criticità con la tenuta delle imprese, con conseguenti maggiori investimenti e un andamento più regolare rispetto all’Area interna, situazione analoga alla zona sud-est, più vicina all’autostrada A7 (Garlasco, Gropello) o a Pavia (Cava Manara, il Siccomario). Ma quali sono i numeri del mercato del lavoro locale?

SITUAZIONE PROVINCIALE Per avere dati aggregati bisogna salire al livello provinciale, secondo l’Istat a fine 2024 erano occupate 237mila persone tra 15 e 64 anni, il 67.5% della popolazione in età attiva a fronte di un valore regionale del 69.4% e nazionale del 62.2%. Nel contesto lombardo Pavia è al sesto posto, un elemento che non sorprende se si considera che nel “Booklet Economia” di Assolombarda (pubblicato a inizio 2025), l’economia pavese è rimasta al palo nel 2024 e aveva un’aspettativa di crescita nel 2025 dello 0.6%, la più bassa tra le quattro province prese in considerazione (Milano, Monza, Lodi). Il settore che occupa più pavesi è quello dei servizi (135mila), seguito da industria (53mila), commercio (29mila), costruzioni (14mila), agricoltura (6mila), mentre i disoccupati a dicembre 2024 erano 9mila di cui 6mila uomini e 2mila donne, con un tasso del 3.5% più basso di quello regionale (3.7%) e nazionale (6.5%).

ASSUNZIONI Per quanto riguarda invece i nuovi ingressi in ambito lavorativo, il “Rapporto sul mercato del lavoro” della Provincia segnala che nel 2024 gli avviamenti sono stati 77173 (+1.3% sul 2023) a fronte di 74038 cessazioni (+1.8%), con un saldo positivo di 3135 unità che tuttavia è in diminuzione rispetto agli anni precedenti: nel 2023 il saldo era 5461 (-42.6%), nel 2022 3745, nel 2021 3992 e solo nel 2020 era più basso (2903). Questo perché, se aumentano le assunzioni, allo stesso tempo quanti escono dal mercato del lavoro sono di più. Guardando alla qualità dei posti di lavoro poi, nel 2024 i contratti a tempo indeterminato hanno un saldo negativo di 2966 unità (-3000 nel 2023, -3242 nel 2022, -4421 nel 2021), quelli a tempo determinato segnano +6244 (+6746 2023, analoghi 2022 e 2021), sono in positivo le collaborazioni (+204, +277 nei dodici mesi precedenti) e gli apprendistati (+370, era +606 nel 2023): oltre i numeri, la risultante del confronto tra chi finisce e chi inizia a lavorare è un “impoverimento” della posizione contrattuale dei lavoratori pavesi, perché aumentano le soluzioni temporanee e precarie mentre diminuiscono i posti fissi. C’è poi un problema di genere: «Per gli Uomini – dice il Rapporto – il saldo tra avviamenti e cessazioni si mantiene positivo ma in leggera diminuzione, passando da +2.645 unità nel 2023 a +2.115 nel 2024 (–20%). Per le donne la contrazione è molto più marcata: il saldo scende da +2.816 nel 2023 a +1.020 nel 2024, con una riduzione del 63,8%. Questo andamento conferma una dinamica divergente che penalizza l’occupazione femminile».

INVESTIMENTI I dati raccolti da un lato indicano un buon rendimento quantitativo (seppure con un ritmo più lento che in passato), dall’altro lato una perdita in termini di qualità che si evidenzia sia nel divario di genere sia nelle forme contrattuali sia nell’accesso dei giovani all’occupazione, dato che la Provincia nel 2023 aveva il 16.2% di Neet (ragazzi/e che non lavorano, non studiano, non si formano tra i 15 e i 29 anni), il più alto della Lombardia (10.6%), regione in cui comunque stanno diminuendo (nel 2022 erano il 13.6%). In Lomellina è possibile ipotizzare una sofferenza ancora maggiore, almeno se si guarda all’area interna, dove un report del Politecnico di Milano evidenziava

un livello di scolarizzazione inferiore alla media regionale, registrando una grave carenza di residenti con livelli elevati di scolarizzazione (secondaria e terziaria) a elevata professionalità.

Per questo il territorio avrebbe bisogno di azioni specifiche, tra cui un investimento nella formazione tecnica post-diploma, gli Its (ora Academy) che in tutta la Lombardia sfornano occupazione specializzata e in provincia di Pavia… non ci sono. Agroindustria, meccanica, meccatronica, logistica sono solo alcuni degli ambiti in cui sarebbe lungimirante costruire percorsi formativi specializzati, di cui beneficerebbe anche Vigevano, che certo ha un tessuto industriale e non agricolo, ma altrettanto certamente necessita di una scossa. Altre azioni per migliorare la qualità del lavoro dovrebbero andare nella direzione di una maggiore presenza di meccanizzazione, data analysis, digitalizzazione dell’agricoltura (la chiedono per prime le associazioni di categoria), di incentivi alla diversificazione economica e all’occupazione femminile (qui bisognerebbe intervenire sui tanti fattori che assegnano ancora alle donne il carico domestico più che agli uomini, partendo da asili nido e autonomia nella terza età).

OCCUPAZIONE E SALARI Allargando lo sguardo, secondo l’Istat a giugno 2025 gli occupati in Italia erano 24.3 milioni, con un tasso di occupazione al 62.9%. A trainare l’aumento i dipendenti a tempo indeterminato, 16.5 milioni (+2.9% su base annua), e i lavoratori autonomi, 5.3 (+3.7%). L’Italia resta però un Paese a doppia velocità: da un lato la stabilità del “posto fisso”, dall’altro la debolezza dei salari reali: nel 2023 le retribuzioni sono cresciute del 4%, ma con un’inflazione al 6.1% il potere d’acquisto è sceso del 2%. Un risultato frutto anche di un tessuto produttivo frammentato, formato da 4.5 milioni di imprese, poco più di un milione con almeno tre addetti: generano l’85% del valore aggiunto e impiegano 13.1 milioni di persone. Qui prevale il contratto a tempo indeterminato (92.6% dei dipendenti nelle imprese associate a Confindustria), mentre le forme flessibili restano marginali ma in crescita. Parallelamente l’Italia continua a distinguersi in Europa per la quota di autonomi: oltre il 20% degli occupati contro una media Ue tra 12 e 14% (Sda Bocconi). Una presenza che si concentra nei servizi (69%), ma che cala tra i giovani e resta segnata da un forte divario di genere: 24.5% degli uomini lavora in proprio, contro il 14.8% delle donne.

FISCO E CONTRATTI L’Ocse ricorda che il cuneo fiscale pesa per il 45.1% sulla busta paga di un lavoratore single, ben oltre la media dei Paesi membri (34.8%). Per una famiglia con due figli il dato scende al 33.2%, portando l’Italia sotto la media internazionale. Sul fronte normativo, la contrattazione collettiva è ipertrofica: il Cnel censisce 919 Ccnl privati, più della metà scaduti, alcuni da oltre dieci anni. Rispetto all’Europa, l’Italia mostra una combinazione anomala: alta stabilità contrattuale e forte incidenza del lavoro indipendente, ma stipendi reali più bassi e una partecipazione giovanile fragile. In Germania il cuneo fiscale per i single è ancora più alto (47.9%) ma compensato da salari medi superiori.

Giuseppe Del Signore

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