Camminando tra gli stanzoni e gli edifici diroccati dell’ex macello, sotto i piedi si sente uno scricchiolio continuo. Coperte da foglie e terriccio, a terra ci sono ancora centinaia di targhette gialle di plastica: sopra ci sono dei numeri, quelli che identificavano il bestiame da macellare. Il mattatoio di piazza Volta è chiuso dagli anni Ottanta e da allora è uno spazio vuoto: solo mura, stanzoni, piante infestanti, il ricordo sbiadito di vacche e maiali.

IL MACELLO L’ex macello è solo uno, e neanche il più grande, di quelli che a Vigevano vengono spesso identificati come “contenitori”: grandi edifici storici, che potrebbero rappresentare una risorsa per la città, ma che nella maggior parte dei casi restano senza utilizzo e senza futuro. I perché sono tanti: per motivi economici, per mancanza di idee, per una burocrazia frustrante; spesso per una somma di tutte queste ragioni. E il mattatoio da questo punto di vista è emblematico, tante sono state le proposte di riqualifica ipotizzate nel corso degli anni e rimaste solo sulla carta. In quei 5600 metri quadri avrebbe dovuto sorgere una nuova biblioteca (anno 1999), un mercato ortofrutticolo, un multisala (2005), un polo tecnologico della calzatura (2014), quest’ultimo realmente a un passo dal diventare realtà con tanto di risorse stanziate dalla fondazione Piacenza Vigevano, prima di infrangersi contro gli scogli della burocrazia. Nel frattempo è diventato uno di quei “non luoghi” urbani in cui la natura rispunta riglgliosa.
Da un punto di vista ecologico – si legge nello studio del Politecnico di Milano “Vuoti urbani dopo la pandemia” – l’abbondono permette la crescita inaspettata di una natura inusuale, totalmente diversa dal “verde” che di solito accompagna i progetti edilizi.
SPAZI VUOTI Il macello è in buona compagnia: all’ingresso della frazione Sforzesca il Colombarone, cascina monumentale voluta da Ludovico il Moro, giace da anni inutilizzato, visitato solo da predoni del rame (sempre meno, ultimamente: non è che sia rimasto molto da rubare), turisti per sporadici tour organizzati, appassionati di urbex di straforo. In pieno centro il tribunale, chiuso dal 2012, attende una (vana?) riapertura; quasi di fronte, la palazzina delle vecchie carceri si erge su uno spiazzo usato per parcheggiare di sfroso. Nell’edificio non c’è nulla: ogni tanto qualche senzatetto lo utilizzava come rifugio, ma l’impalcatura di stabilizzazione del tetto, installata lo scorso inverno, di fatto ora impedisce ogni accesso. Poco distante c’è palazzo Riberia: ex dimora nobiliare, ex convento, ex orfanotrofio, ex casa popolare, poi luogo di occupazioni abusive, abbandoni di rifiuti, furti di rame e arredi. In futuro, forse, sarà un polo sociale per l’assistenza ad anziani e persone con disabilità: l’attuazione del progetto pareva imminente già due anni fa, tanto che il comune fece sloggiare la chiesa ortodossa e l’Unitre, ultimi utilizzatori degli spazi del Riberia, ma da allora poco si è mosso. «È un iter complesso» lo stringato commento che trapela dagli uffici; probabilmente conta anche la lievitazione dei costi per la riqualificazione, tanto che gli oltre 7 milioni di euro già accantonati dal Comune (ricevuta dalla Regione) non bastano più. Il Comune aveva partecipato al bando Cariplo Emblematici per ottenere risorse aggiuntive, ma in estate è arrivata la doccia fredda, con la bocciatura della richiesta. Senza quei soldi, e in attesa di risorse aggiuntive, i lavori partiranno per step, quando partiranno: e per ora palazzo Riberia resta senza utilizzo.

FUTURO Ci sono infine spazi che ora hanno uno scopo e che rischiano di non averlo più. Ai Piccolini, lo storico asilo Pistoja-Mastronardi nel 2026 chiuderà i battenti: quello nuovo è già in costruzione poco distante, grazie ai fondi del Pnrr. Il vecchio edificio, dove generazioni di “piculinat” sono andati a scuola, rimarrà quindi vuoto: dal Comune non si è infatti ancora deciso quale sarà il suo destino. Qualche residente, all’incontro tra il sindaco e i residenti andato in scena nel 2023, aveva proposto di trasformarlo in un centro aggregativo per associazioni, idea che piaceva al mondo culturale cittadino, ma sul quale l’amministrazione non ha mai dato un feedback reale. Su quell’immobile, tutte le possibilità sono aperte: dall’inutilizzo all’alienazione. Tutto legittimo, compresa la vendita: ma in un momento storico in cui gli spazi per la collettività sono sempre meno, sarebbe un peccato vedere che l’unica alternativa al vuoto sia buttar giù tutto e costruire delle villette a schiera.
Alessio Facciolo

