Il Racconto / Il gatto dell’Ave Maria

Tobia percorreva ogni giorno la stessa strada: la salita verso la scuola, poi, al ritorno, la discesa verso casa, con la mente leggera e i pensieri pieni di figure e suoni. A metà di quel tragitto quotidiano, c’era sempre la cappellina mariana. Una piccola nicchia di pietra, un po’ scrostata, come se il tempo vi avesse lasciato la sua firma gentile.

Dentro, un’immagine della Madonna dal volto sereno, le mani giunte sul petto e accanto un piccolo vaso di fiori freschi, sempre diversi, portati da chissà chi. Ogni volta che passava, Tobia si fermava. Appoggiava la cartella a terra, e mormorava piano: «Per favore, aiutala tu. Fa’ che la mamma guarisca.» Era una preghiera semplice, quasi un sussurro tra lui e l’immagine di gesso, un patto segreto custodito nel silenzio del pomeriggio. Un giorno, tornando da scuola, Tobia vide un movimento accanto al gradino della cappella. Un gattino, bianco come il latte, con una piccola macchia nera sull’orecchio sinistro, lo fissava immobile. Gli occhi, di un verde profondo e quasi umano, sembravano sapere tutto. «E tu da dove sbuchi?» chiese Tobia, piegandosi piano. Il micio miagolò appena, un suono sottile come un soffio di flauto. Quando il ragazzo riprese la strada, il gatto lo seguì, passo dopo passo, con la grazia silenziosa di chi sa già dove deve andare. Davanti a casa, Tobia si voltò: «Vuoi entrare?» Il gatto, come se avesse capito, balzò dentro con un colpo di coda. La mamma era a letto, pallida ma sorridente nel vederli. «Che bel gattino…» mormorò, accarezzandolo con dita leggere come petali. Il micio si acciambellò vicino al suo fianco, chiuse gli occhi e cominciò a fare le fusa.

Da quel giorno non la lasciò più. Dormiva accanto a lei, la seguiva in ogni gesto, si arrampicava sulla sedia quando riprendeva a leggere o a cucire. E la mamma, lentamente, migliorava: il colorito tornava alle guance, il respiro era più pieno, le risate più frequenti. In casa si era diffusa una calma nuova, come se il piccolo animale avesse portato con sé un respiro d’altra parte. Una mattina, Tobia si svegliò e non lo trovò più. Lo cercò ovunque, finché il cuore lo condusse di nuovo alla cappellina. Lì non c’era nessuno. Ma quando Tobia alzò lo sguardo verso l’immagine della Madonna, un raggio di sole filtrò tra le foglie e si posò sulla pietra, proprio dove di solito sedeva il gattino. Sembrava una carezza. Tobia sorrise piano. Forse il gatto non era mai stato soltanto un gatto.

Davide Zardo

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