Sport / Storie dal territorio, quando l’errore diventa umiliazione e il divertimento scompare

Urla, aspettative eccessive, insulti, punizioni a suon di pallonate: anche nel mondo dello sport giovanile locale non manca l’aneddotica legata a comportamenti tossici da parte di allenatori e dirigenti. E che si tratti di “cattivi maestri”, latori quindi di un messaggio diseducativo, o di “maestri che sbagliano”, rei di un frainteso senso di grinta e agonismo, ciò che succede in campo lascia i suoi segni anche negli anni a venire.

SENZA TEMPO Sia chiaro: lo sport ha un valore sociale inestimabile. E i soggetti problematici, quando esistono, sono una minoranza. È di questa opinione anche Sabrina (nome di fantasia, come gli altri nell’articolo), pallavolista, che nel suo periodo di attività, dall’infanzia fino a dopo i 30 anni, di tecnici con atteggiamenti tossici ne ha incontrati pochi: «Non ho avuto grandi episodi di atteggiamenti tossici. Per me la pallavolo anzi è sempre stata una bella leva di sfogo e accoglienza». Qualcosa di sgradevole è però successo anche a lei:

Quando ero ragazzina, sui 12-13 anni, avevo un allenatore che ci urlava un sacco di parolacce e ci mandava a quel paese se sbagliavamo.

Sabrina faceva il libero, un ruolo con compiti difensivi: «All’epoca ero un po’ insicura, mentre la fase di ricezione è quella dove invece devi essere un po’ più tranquilla». A quanto pare però il tempo di aspettare e di allenare un fondamentale, aspetto peculiare dell’attività giovanile, non c’era: «Lui in campo faceva sempre ricevere le altre: considerato che il libero dovrebbe fare quello, era un po’ umiliante».

PALLONATE È nel calcio che si raccolgono più testimonianze riguardo a comportamenti aggressivi da parte degli adulti di riferimento. Allenatori che sbroccano, genitori che aggrediscono verbalmente e fisicamente giocatori e tifosi avversari: chiunque abbia giocato a calcio a livello dilettantistico può raccontare almeno un aneddoto. Martino ha superato la trentina e da qualche anno il calcio si limita a guardarlo: in passato però quasi ogni pomeriggio infilava scarpini e parastinchi nel borsone e andava ad allenarsi per una delle molte società del territorio lomellino. «Ho avuto un grandissimo allenatore dal punto di vista tecnico, devo a lui parecchie delle mie basi calcistiche e su questo non ho nulla da opinare – racconta – Purtroppo a livello umano era molto carente e l’obiettivo era il risultato ad ogni costo, anche in categorie in cui ancora i ragazzi ancora mischiano il divertimento alla disciplina agonistica». Questo si traduceva in frequenti punizioni, ben oltre il limite del severo: «Quando un ragazzo sbagliava, non solo a livello di agonismo ma anche per un errore tecnico, era solito tirare una pallonata verso il colpevole, spesso da distanza molto ravvicinata e anche prendendo in faccia alcuni malcapitati. Immagina ricevere una pallonata calciata con i piedi, a tutta potenza, da un uomo di 30 anni quando tu magari ne hai 14, il tutto condito da rimproveri urlati per aver sbagliato l’esercizio. Ad alcuni è capitato che la pallonata facesse sanguinare il naso o comunque di ritrovarsi in situazione di terrore all’idea di poter commettere un errore in allenamento. In diversi hanno abbandonato la squadra per questo». Martino racconta pure di promesse, fatte ai genitori, di interessarsi alla situazione scolastica dei ragazzi, facendo sì che finissero i compiti prima degli allenamenti: «In realtà non studiava nessuno, anche chi era messo male coi voti, per poterlo avere a disposizione per gli allenamenti. Da ragazzo lo fai perché è più divertente giocare che studiare, ma il messaggio è farti “interiorizzare” che il calcio viene prima di ogni cosa, anche dello studio. Peccato che poi i nodi vengono al pettine e non tutti poi diventino calciatori di serie A».

PRESSIONI Le pressioni, talvolta imposte dagli stessi tecnici, spesso giocano un ruolo determinante per quanto riguarda l’aggressività. «Se ne ho incontrati di allenatori così? Ma certo, sono tutti pazzi» afferma, esagerando volutamente, Alessandra, mamma di due adolescenti appassionati di pallacanestro. Anche nel mondo della palla a spicchi non mancano situazioni censurabili: «Mio figlio maggiore ha già cambiato qualche tecnico. Uno è anche stato allontanato dalla società, dopo alcuni episodi particolarmente tesi. Un altro aveva l’abitudine di gridare in continuazione dietro ai ragazzi». Per Alessandra, il problema di alcuni è non essere in grado di leggere il contesto in cui operano:

Spesso dimenticano che hanno a che fare con adolescenti che possono rimanere turbati da questi comportamenti: e poi, se un ragazzo a 17 anni è nel settore giovanile di una società dilettantistica, dove vuoi che vada? Quello è il suo livello, lascia che si diverta.

E, da mamma, ha notato che spesso gli anziani sono meno empatici: «Tra quelli avuti dai miei figli i tecnici migliori a livello di rapporto coi ragazzi sono i più giovani: riescono a mantenere la giusta distanza e, quando dicono qualcosa anche di “forte”, lo fanno per spronare».

Alessio Facciolo

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