Beato Matteo / Una fede nata davanti alla Croce

A raccontare, è la voce immaginata di Stefana Quinzani, che conobbe da bambina il beato Matteo Carreri a Soncino. Divenuta terziaria domenicana dopo la sua morte, custodì l’insegnamento ricevuto sulla Passione di Cristo. Il racconto è fittizio, ma aderente ai dati biografici: emozioni e ricordi personali sono una ricostruzione narrativa.

Quando chiudo gli occhi, frate Matteo è ancora a Soncino e io sono una bambina che stringe fra le dita le proprie paure. Vengo da Orzinuovi, sono figlia di Lorenzo e di Savia; la mia famiglia ha lasciato il paese e io cerco un luogo dove posare il cuore. Lo trovo nella chiesa domenicana di San Giacomo, davanti al Crocifisso. Là Matteo mi avvia alla devozione per la Passione del Signore. Quanto poco capisco, di quel corpo offerto! Guardo le mani inchiodate e vorrei distogliere gli occhi. Eppure qualcosa mi trattiene: sento che quell’amore riguarda anche me, con la mia piccolezza e il mio timore di non contare nulla. Matteo viene da Mantova. Si chiamava Gian Francesco Carreri prima di entrare nell’Ordine dei Predicatori. Penso spesso a quel nome lasciato, alla vita consegnata a Dio, alle strade percorse per predicare in Lombardia e in Toscana. Io non ho camminato con lui: ho conosciuto soltanto il lembo della sua missione che ha raggiunto Soncino. Ma quanto può accadere in un cuore quando una parola trova dimora! La sua devozione a Cristo sofferente diventa per me una domanda che brucia. Come posso amare Colui che ha dato tutto? Che cosa posso offrirgli, io che dipendo dagli altri persino per il pane? Rientro in casa e quelle domande mi seguono. Le mani tornano alle occupazioni di ogni giorno, mentre dentro di me resta l’immagine della croce. Vorrei essere buona, e invece basta così poco a turbarmi: una parola aspra, una fatica, il desiderio che qualcuno si accorga di me. Mi vergogno della mia impazienza.

Poi torno a pregare. Mi sembra di poter deporre ai piedi di Gesù anche questa verità: lo amo e ancora non so amare.

È qui che l’insegnamento di Matteo scende più a fondo. La Passione mi apre una ferita di compassione; mi fa desiderare di stare vicina a chi soffre, di non difendere sempre me stessa, di offrire un servizio senza attendere gratitudine. Ci sono giorni in cui questo desiderio è luminoso, altri in cui mi costa ogni respiro. Allora rimango davanti al Crocifisso con la mia aridità. Non ho parole belle. Ho soltanto la volontà di esserci. Matteo si spende per rinnovare la vita dei conventi e a Soncino lascia il segno del suo zelo. Ha cura anche del Terz’Ordine. Io comincio a intravedere una strada che può accogliere la mia vita: seguire san Domenico, appartenere al Signore dentro la condizione che mi è data. Quel desiderio cresce lentamente, insieme a me. Vorrei affrettarlo, sapere già dove mi condurrà; ma ogni giornata mi chiede prima di essere vissuta. Delle meraviglie attribuite a Matteo non posso farmi testimone. Non ho visto tutto ciò che altri raccontano, né voglio adornare la sua memoria con ciò che non conosco.

Mi basta ricordare che attraverso di lui ho imparato a volgermi al Cristo della Passione. Questa eredità mi pesa nel cuore come un dono, eppure non vorrei perderne nulla.

Il 5 ottobre 1470 Matteo muore a Vigevano. Ho tredici anni. La notizia mi lascia davanti a un vuoto che la preghiera non colma subito. Cerco dentro di me ciò che mi ha insegnato. Il suo corpo riposa nella chiesa di San Pietro Martire; io devo proseguire senza poter tornare da lui. Quanto avrei ancora da chiedergli! Ma l’amore ricevuto mi chiama a custodirlo, a lasciarlo diventare vita. Nel 1472 entro nel Terz’Ordine domenicano. Lui è morto da due anni, e questo passo porta il frutto di quanto ha seminato nella mia infanzia. L’anno seguente, a Crema, sono al servizio del medico Giovanni Sabbadini. Anche lì mi raggiunge il desiderio di Dio, fra il lavoro e la stanchezza. Ogni gesto può ricevere il mio sì; ogni ora può diventare preghiera. Frate Matteo, quando penso a voi sento ancora quanto sono fragile. E tuttavia guardo la croce, riapro le mani, ricomincio. Il cuore che avete aiutato a svegliare vuole appartenere a Cristo, fino in fondo.

Stefana Quinzani

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