Questa pagina non esisteva. Non era prevista nel “timone”, è comparsa in itinere in seguito alla grande attenzione che sta suscitando l’ipotesi di trasferimento di alcuni parroci del Vicariato urbano di Vigevano.

03 PP famiglie negrone
l’Istituto Negrone di Vigevano

Da un lato nasce per ospitare sia la riflessione che don Gianluca Zagarese ha voluto condividere con L’Araldo sia le precisazioni del vicario generale, mons. Angelo Croera, su come leggere questi passaggi alla luce della missione della Chiesa e del diritto canonico. Il passaggio a un nuovo incarico, soprattutto per chi ha svolto il precedente per lunghi anni, possa essere accompagnato dalla sofferenza del distacco, è umanamente comprensibile. Dall’altro lato qui si riporta la cronaca di una «assemblea parrocchiale straordinaria» di cui sono state fornite due ricostruzioni non corrispondenti a quanto accaduto e in cui è stato chiamato in causa, esplicitamente in un caso e implicitamente nel secondo, un cronista de L’Araldo.

I fatti dunque: lunedì sera è stata convocata una «riunione a sostegno dei nostri parroci don Cesare Silva e don Antonio Mercuri», come recita il volantino, il quale esplicitamente lo definisce un «invito alla comunità» e «una chiamata alla partecipazione di tutti i fedeli». Alla riunione partecipano circa 15 persone (di certo non 50), nonostante la locandina si chiudesse con «vi aspettiamo numerosi». Dunque un appello a tutta la comunità parrocchiale… ma l’invito non era aperto proprio a tutti tutti: accade infatti che un cronista de L’Araldo, in veste di privato residente in centro e non inviato dalla redazione, decida di partecipare all’incontro e si ritrovi a essere cacciato dalla sala non una, bensì tre volte perché la presenza di un giornalista non è gradita.

Alla domanda «mi caccia?» la «responsabile di questo incontro», dopo aver precisato «non è una cosa pubblica, è una cosa privata», risponde «eh sì, ti ho appena cacciato via».

Resterebbe da chiarire a che titolo un incontro divenuto privato, non comunicato ai responsabili dell’istituto Negrone (come si è verificato) si sia svolto in quei locali. Sull’opportunità di allontanare qualcuno da un incontro rivolto a «tutti i fedeli» ciascun si faccia l’idea che crede, difficile invece conciliare l’allontanamento per ragioni di “professione” con la pubblicazione di quanto accaduto a porte chiuse da parte di altre testate: all’incontro non erano presenti altri giornalisti, che dunque devono essere stati informati (male) da uno dei partecipanti. A disturbare la “regia” non era la presenza di “un giornalista”, ma di un giornalista “del settimanale diocesano”. Ora la cronaca, senza ulteriore commento, dell’unico giornalista presente.

1La cronaca di quella sera

Un’assemblea straordinaria a sostegno di don Cesare Silva e don Antonio Mercuri per chiedere che non vengano trasferiti. Si è tenuta lunedì 5 ottobre alle 21 all’Istituto Negrone la riunione di un gruppo di parrocchiani, una quindicina, tra cui alcune catechiste, preoccupato dal possibile trasferimento di don Mercuri, ma soprattutto don Silva, parroco del Duomo. Non c’erano i due sacerdoti, mentre era presente Andrea Piasentà, che riveste il ruolo di ministrante della parrocchia del Duomo. I fedeli intervenuti, circa una quindicina, si sono confrontati in particolare sull’eventualità di preparare una lettera da inviare al vescovo monsignor Maurizio Gervasoni. Non è mancato da parte dei presenti l’invito a non abbandonare il proprio parroco e allo stesso tempo a limitare il più possibile la fuga di informazioni circa ciò che è emerso durante l’assemblea. Una catechista del Duomo ha invece fatto sapere che l’invito per prendere parte alla riunione è stato personalmente consegnato da lei a tutti i parrocchiani.

a cura di Gds, Ev

2Il valzer dei parroci: quando l’affetto diventa possesso

Sono sobbalzato leggendo sulla Provincia Pavese del 6 ottobre della presunta «girandola di preti» che interesserebbe diverse parrocchie. Un particolare mi ha anche divertito: tra i trasferimenti compare un don Pedroli che dall’Immacolata dovrebbe passare a Pieve del Cairo. Peccato che don Pedroli sia a Roma e che il parroco dell’Immacolata sia don Alberto Fassoli.

Dietro queste notizie c’è una questione seria. Non entro nel merito delle singole situazioni né delle decisioni che spettano al Vescovo. Mi interessa ciò che accade intorno a un possibile trasferimento: voci, reazioni delle comunità, paure e il modo con cui noi preti viviamo il cambiamento. Le voci sono sempre esistite.

Il problema nasce quando per settimane circolano nomi e destinazioni senza una comunicazione ufficiale.

Anche la Curia dovrebbe interrogarsi sulla capacità di custodire la necessaria riservatezza. Non per coltivare segreti di palazzo, ma perché la riservatezza tutela le persone. Il Vescovo non sposta pedine su una scacchiera: entra nella vita di un prete e nella storia di una comunità. Un discernimento ha bisogno di tempo, cura e discrezione. Poi ci sono le comunità: lettere, raccolte di firme, delegazioni, veglie di preghiera e persino locandine che proclamano la «liberazione» di una parrocchia. Tutto questo dice una cosa vera: il ministero crea legami. Sarebbe triste se non fosse così. L’affetto è un bene. Ma quando l’affetto diventa possesso? Una comunità può dire al Vescovo: «Gli vogliamo bene e pensiamo sia importante che rimanga». Ma non può concludere: «È nostro e quindi non può essere trasferito». Un prete non è un buon prete perché vince un sondaggio. E qui la responsabilità maggiore ricade proprio sul sacerdote. Può manifestare con libertà il proprio pensiero, anche il proprio dissenso: l’obbedienza non è mutismo. Ma capitalizzare l’affetto significa esserne grati, non trasformarlo in una barricata. Né l’acclamazione né la contestazione possono diventare il criterio decisivo del ministero. Si sente spesso dire: «Perché trasferirlo? Qui si trova bene».

Ma che cosa significa per un prete trovarsi bene? Forse significa anche imparare a fare casa là dove viene mandato. Una comunità, con gli anni, diventa davvero casa: relazioni, amicizie, conflitti, successi e fallimenti. E proprio quando è diventata casa può arrivare il momento di lasciarla. I trasferimenti, allora, non sono soltanto problemi organizzativi: appartengono anche alla formazione del prete. Ci pongono una domanda scomoda: sono ancora disponibile oppure mi sono sistemato? Essere disponibili non significa essere indifferenti. Significa appartenere alla Chiesa senza possedere il luogo nel quale la Chiesa ci ha mandato. Una parrocchia può diventare davvero casa mia senza diventare mia. E un sacerdote può essere davvero «il nostro parroco» senza diventare «un parroco di nostra proprietà».

In una Chiesa con meno preti e forme pastorali in rapido cambiamento, dovremo imparare tutti — Vescovo, Curia, sacerdoti e comunità — a vivere diversamente questi passaggi:

più riservatezza prima delle decisioni, più chiarezza dopo, più libertà nei preti e più maturità nelle comunità.

Rimane la domanda che ho posto il 2 ottobre all’assemblea diocesana: quale forma di prete e di comunità ci servono perché questa nostra Chiesa continui ad avanzare nell’evangelizzazione? Il problema decisivo non è soltanto distribuire diversamente i pochi preti che abbiamo, ma capire quali preti vogliamo essere e quali comunità vogliamo costruire. Se una «girandola di preti» riuscisse almeno a farci porre questa domanda, avrebbe prodotto, involontariamente, qualcosa di buono.

don Gianluca Zagarese

3Avvicendamenti nelle parrocchie, il Vicario generale richiama alla Comunione

il vicario generale, mons. Angelo Croera

Le notizie apparse nelle ultime settimane sui settimanali locali circa possibili trasferimenti di sacerdoti e nuovi incarichi nelle parrocchie hanno suscitato interrogativi e reazioni nelle comunità. Il Vicario generale della Diocesi di Vigevano, mons. Angelo Croera, chiarisce il senso di questi passaggi.

Il richiamo evangelico «Perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21) esprime la prospettiva entro cui leggere le sue considerazioni. La Chiesa diocesana, ricorda mons. Croera, è affidata alla cura del Vescovo e ha la missione di annunciare il Vangelo e custodire la vita cristiana nelle comunità del territorio, favorendo le condizioni per una vita buona secondo il Vangelo. In questa missione i presbiteri svolgono un ruolo fondamentale nell’annuncio della Parola, nella celebrazione dei sacramenti e nella cura pastorale del Popolo di Dio.

Ogni sacerdote, secondo i propri doni e le proprie capacità, è chiamato a servire la Chiesa, in obbedienza al Vescovo, nei luoghi e negli incarichi che gli sono affidati,

spiega il Vicario generale, riferendosi al servizio di parroci, vicari e collaboratori pastorali. La stabilità riconosciuta al parroco dal diritto canonico, precisa, non esclude il trasferimento ad altra parrocchia o ad altro ufficio quando lo richiedano «il bene delle anime oppure la necessità o l’utilità della Chiesa» (can. 1748), nel rispetto delle procedure previste.

Gli avvicendamenti, pur comportando fatica e sacrificio, sono orientati al bene delle comunità e alla missione ecclesiale, secondo l’equità canonica e avendo presente la salvezza delle anime, legge suprema della Chiesa (cfr. cann. 522 e 1752). Questo non significa ignorare le difficoltà. Ai sacerdoti e ai fedeli, sottolinea mons. Croera, è riconosciuto il diritto di esprimerle: «Tali fatiche chiedono ascolto e rispetto», insieme alla disponibilità a viverle in un più ampio cammino di comunione, conversione e servizio all’annuncio del Regno. La prospettiva di possibili avvicendamenti all’inizio del nuovo anno pastorale ha tuttavia suscitato reazioni forti e una risonanza mediatica che il Vicario generale considera sproporzionata rispetto a un ordinario passaggio della vita diocesana. Da qui il richiamo a presbiteri e fedeli all’unità e a uno sguardo evangelico, capace di attraversare difficoltà e sofferenze e di coniugare la legittima attenzione alla propria comunità con le necessità dell’intera Diocesi.

Rispetto alle notizie su trasferimenti e incarichi, ribadisce mons. Croera, «le nomine sono formalizzate mediante i relativi decreti e comunicate attraverso i canali ufficiali della Diocesi». Le indiscrezioni, anche se ritenute fondate, non sostituiscono gli atti ufficiali e rischiano di compromettere la carità e la delicatezza richieste dalle situazioni e dal rispetto delle persone. Una precisazione riguarda il diacono fra Alessandro Biasibetti, appartenente all’Ordine dei Frati Predicatori, più volte associato a informazioni non corrispondenti al vero. Il Vicario generale chiarisce che fra Alessandro si trova in un periodo di esclaustrazione da lui richiesto e vive, in accordo con i legittimi superiori e con il Vescovo diocesano, un tempo di servizio alla Diocesi, nella prospettiva di un eventuale discernimento circa il sacerdozio diocesano. Tale scelta pastorale e vocazionale non costituisce una dimissione dall’Ordine.

L’esposizione mediatica di fra Alessandro non trova giustificazione in alcun dato d’indagine

aggiunge, e non legittima letture lesive della sua buona fama né indebiti collegamenti con il suo percorso ecclesiale. Il senso dei chiarimenti, conclude mons. Croera, è un invito a ricostruire un clima di comunione: anteporre il bene e la missione della Chiesa a ogni interesse particolare, anche comprensibile, e rinnovare la disponibilità di ciascuno a un autentico cammino ecclesiale.

 

 

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