Sorgono nella maggior parte dei casi ai bordi delle statali e nelle zone commerciali di città o paesi. Assieme ai Brico, ai centri commerciali e ai marchi dei grandi franchising della casa e del pulito ormai a decorare il panorama delle strade della pianura Padana ci sono gli “All you can eat” di cibo asiatico, soprattutto sushi.
RITRATTO Nomi esotici dai significati oscuri si accoppiano al termine sushi e all’interno ci sono paratie e lucine. Alla cassa quasi sempre cinesi e giapponesi e tra i banchi si muovono camerieri indiani, bengalesi e cingalesi. Il menu ormai è su un tablet, tutto automatico, dal quale si può ordinare direttamente. Nel giro di pochissimi secondi è un fluire continuo di piattini di riso e pesce. “All you can eat”, tradotto: «Puoi mangiare tutto quello che vuoi». Il costo è all’apparenza basso, ma meno di 70 euro a coppia non si spende, anche perché ormai i vini non sono più quelli in caraffa frizzantini, ma sono in bottiglia e anche un po’ più sostenuti di prima. Eppure la gente continua ad andarci e anche a Vigevano, soprattutto lungo l’anello esterno, se ne contano sempre di più.

SPESA E SUSHI Di sicuro c’è che non si tratta più di attività commerciali improvvisate, ma di realtà solide dietro le quali c’è uno studio. Che parte dal posizionamento: come spiega Roberto De Lotto, Professore di Tecnica e Pianificazione Urbanistica, Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura, Università di Pavia. «Di solito – dice – gli “All you can eat” vengono costruiti dove c’è un’aggregazione commerciale, quindi c’è gente che va a fare la spesa e poi si ferma a cena». La pizzeria al sabato sera, dopo la spesa, è stata così sostituita da questo nuovo rito, nel quale ci si può ingozzare senza sosta. Ma la vicinanza di un supermercato o di un centro commerciale non è l’unico motivo per il quale si sceglie il posizionamento di un sushi. «L’altro vantaggio – continua – è quello di avere un grande parcheggio a disposizione. E di solito è vicino ad altri luoghi dove si può cenare. Per certi versi sono molto simili alle “food court” che si trovano nei centri commerciali». L’altro aspetto che sottolinea De Lotto è quello della visibilità.
Le strade a grande scorrimento rappresentano per questo tipo di ristorante una grande attrattività perché una maggiore visibilità corrisponde con un accesso maggiore da parte delle persone.
INTERNET ADDIO A fronte di un arredamento studiato per essere sempre illuminato e di un posizionamento molto attrattivo in questo tipo di esercizio commerciale si registra la quasi completa e totale assenza di posizionamento nel web. I siti dei sushi “All you can eat” sono molto basici e praticamente non sono posizionati tra le ricerche di internet. I profili social si limitano a Facebook dove si pubblicano solo foto di piatti e qualcuno si spinge fino a un profilo Instagram. Si tratta però di profili molto freddi e professionali. Solo in un caso si trovano le foto di clienti che si stanno divertendo a cena, al contrario di quello che accade nella maggior parte dei ristoranti, dove le foto di clientela che si sta divertendo sono all’ordine del giorno.
Quando mangiare a volontà diventa sempre di più un lusso
Venerdì sera. Il ristorante è aperto da poco in città. Si trova su una curva della circonvallazione e vale la pena provarlo. Nell’arredamento scelto non mancano le lucine e qualche pianta alimentata dalla luce artificiale. L’arredamento ormai non ricorda nemmeno più la Cina o il Giappone. Potremmo essere a Oslo come a Mombasa. All’interno non mancano installazioni che possono non incontrare il gusto medio degli italiani. In generale però si va verso una fusion, così come il cibo mescola elementi di vario tipo e provenienza. Continuo a nutrire seri dubbi sul fatto che il formaggio fuso Philadelphia rappresenti un elemento tipico della cucina orientale, così come la maionese. Eppure qui nessuno sembra andare per il sottile. Del resto anche questo è glocalizzazione.

CLIENTI La clientela non è molto numerosa. Per essere un venerdì sera d’estate non si arriva a 15 persone. È fine luglio e l’aria condizionata, che in questi ristoranti non manca mai, dovrebbe rappresentare un’attrattiva. Ma non sempre è così. Anche perché la crisi evidentemente picchia duro anche in questo settore. Forse l’apertura nel giro di due anni di sette ristoranti ha saturato il mercato. Eppure qualcuno che ci mangia c’è ancora.
USCITA TRA DONNE Sono sempre meno le famiglie quelle che si vedono nei ristoranti “All you can eat”, anche perché i prezzi non sono più quelli degli inizi. Sotto i 35 euro a testa (dolci esclusi) oggi non si riesce a spendere. E per una famiglia con figli rappresenta un costo non da poco. Appena entrati al ristorante ci imbattiamo in un gruppo di quattro donne tra i 40 e i 50 anni, che mangiano al tavolo e bevono vino bianco. Sono con tutta evidenza un gruppo di amiche in uscita di gruppo al venerdì. Dagli abiti si capisce che la serata è importante, il sushi potrebbe essere un “antipasto” dell’uscita vera e propria. Gli unici altri clienti sono una coppia sulla sessantina. Lui è in jeans e polo, molto magro, ma ordina e mangia una quantità di cibo notevole. Sembra non volersi fermare mai. Continua a ordinare piatti sia caldi sia freddi, con un afflusso continuo dalle cucine. Di fatto lei lo guarda mangiare.
HIGH COST Dal punto di vista del tipo di clienti sono evidentemente diminuiti i gruppi di ragazzi e le famiglie. Insomma resistono le coppie. Nell’Italia della crisi economica l’idea di mangiare a crepapelle è sempre meno attrattiva o almeno non lo è quanto quella di spendere poco. Anche perché la spesa complessiva è lievitata nel corso degli anni. Il prezzo base riguarda soltanto il cibo, ma le bevande, i dolci e il caffè sono esclusi e incidono sul prezzo facendolo lievitare anche di dieci euro a testa. Anche per questo ormai si tratta di ristoranti che si stanno classificando non più come low cost per famiglie e sempre più come luogo dove uscire a cena nei fine settimana.
Andrea Ballone

