L’Intervista / Adriano Agatti, il maestro della nera va in pensione

Quando hai cominciato, che cosa voleva dire fare cronaca nera nella vita quotidiana di redazione sul territorio?

«Ho iniziato da professionista alla fine degli anni Ottanta, quindi ormai circa 35-36 anni fa, e il mondo del giornalismo, soprattutto quello della cronaca nera, era completamente diverso rispetto a oggi. Era diverso perché c’era più contatto con le fonti, le notizie potevano essere seguite molto più da vicino e c’era una collaborazione maggiore con lnformatori che non mancavano mai: Questura, Carabinieri, Vigili del Fuoco. C’era proprio una forma di collaborazione che purtroppo oggi non esiste più».

C’era anche più tempo per capire prima di scrivere?

«Sì. Si arrivava sul posto, si parlava con le persone, si tornava in redazione e solo dopo si scriveva. Oggicon i social spesso si scrive quando le notizie sono ancora imprecise».

Che cosa hai imparato in quei primi anni che oggi manca ai giovani cronisti?

«L’ascolto. Prima si ascoltava di più e si parlava di meno».

C’è un episodio dei tuoi primi anni che oggi sarebbe impensabile vivere o raccontare nello stesso modo?

«Sì, ce ne sono stati tanti che oggi non potrebbero più accadere. Ricordo un fatto del 1996: un ispettore della Squadra Mobile di Pavia, molto geloso della moglie che lo tradiva con un macellaio di un supermercato, uccise a colpi di pistola sia l’amante che la moglie. Poi salì in auto, imboccò l’autostrada e fuggì verso il suo paese, San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi. Durante la fuga avevo il suo numero di cellulare, riuscii a chiamarlo, gli feci mezza intervista e gli chiesi anche dove stesse andando. Lo invitai a tornare indietro, ma non mi diede retta e arrivò fino a Brindisi, dove si costituì in questura. Oggi una cosa del genere sarebbe impensabile».

Quell’episodio ti ha fatto capire qualcosa sul mestiere?

Che a volte il giornalista è nel posto sbagliato al momento sbagliato, e deve decidere in pochi secondi che cosa è giusto fare.

Qual è stato il cambiamento che ha inciso di più sul tuo modo di lavorare: la tecnologia o altro?

«Dal punto di vista tecnologico ci sono stati moltissimi cambiamenti: computer, internet, smartphone, social, banche dati digitali. La tecnologia ha sicuramente agevolato il lavoro. I veri passaggi che lo hanno ostacolato sono stati però due cambiamenti legislativi: la legge sulla privacy, che ha fortemente limitato la possibilità di pubblicare dettagli delle notizie, e la riforma Cartabia, che ha legato le mani sia alla polizia giudiziaria sia ai cronisti, perché ogni notizia su arresti e denunce deve passare dal vaglio del procuratore della Repubblica. Questo, per l’informazione e per la libertà di stampa, non è certamente positivo».

Ti senti meno libero oggi rispetto a trent’anni fa?

«Sì, molto meno».

È cambiato di più il modo di raccontare o la velocità del racconto? Che cosa si è guadagnato e che cosa si è perso?

«È aumentata moltissimo la velocità grazie ai siti e a internet. Da questo punto di vista c’è stato un passo in avanti. Per quanto riguarda invece completezza e precisione, c’è stato un notevole passo indietro».

Il lettore è cambiato insieme al giornalismo?

«Sì. È più distratto, legge meno, si ferma al titolo».

Adriano Agatti

Com’è cambiato il rapporto con investigatori, magistrati, avvocati, vittime e familiari?

«Non direi conflittuale, ma sicuramente più formale e più distante. C’è maggiore diffidenza verso i giornalisti perché oggi per le fonti delle forze dell’ordine sono previste sanzioni anche pesanti se vengono scoperte a passare notizie non autorizzate. Prima non era così».

E con i magistrati?

«C’è più distanza, meno confidenza, meno scambio».

C’è un fatto che ti ha segnato in modo particolare, non tanto per la gravità quanto per quello che ti ha insegnato?

«Ce ne sono stati tanti. Ricordo due bambini uccisi a Scaldasole negli anni Novanta, poi sepolti in un bosco e tantissimi incidenti stradali con ragazzi morti. A Chignolo Po, nel Pavese, uno studente di 13 anni appena sceso dallo scuolabus fu investito e ucciso da un’auto che stava superando il mezzo fermo. La madre uscì di casa, lo vide morto sull’asfalto e si mise a pregare davanti al corpo del figlio. Sono immagini che ti segnano per sempre».

Come si convive con immagini così?

«Non si convive: si impara a tenerle da parte».

I limiti etici della cronaca nera sono cambiati o è cambiato solo il contesto?

«I limiti sono cambiati moltissimo. C’è molta più attenzione. Ricordo un fatto del 1992 a Garlasco: due adolescenti si suicidarono insieme con il gas di scarico di una Fiat Panda e noi pubblicammo la fotografia dei due ragazzi morti in auto. Oggi sarebbe impensabile farlo. Prima c’era meno attenzione all’etica e più alla notizia e alla completezza dell’informazione. Oggi si parla molto di essenzialità, ma è un concetto che non è ancora stato chiarito fino in fondo».

Secondo te oggi si protegge davvero di più la dignità delle persone?

«Sì, ma a volte a scapito della completezza i dei fatti».

Se dovessi fare un bilancio in una frase, che cosa ti ha dato e che cosa ti ha tolto questo mestiere?

Mi ha dato moltissima esperienza sulla vita e sulle persone, mi ha tolto un po’ di tempo libero.

E in due frasi?

«Mi ha insegnato a non giudicare troppo in fretta e a non fidarmi delle apparenze».

Come immagini la cronaca nera tra quindici o vent’anni?

«La immagino sempre più ristretta, più filtrata e più essenziale».

Che consiglio daresti a un giovane che vuole iniziare questo mestiere?

«Di fare altro».

E se non ti ascoltasse?

«Di essere onesto, di non cercare lo scoop a tutti i costi e di ricordarsi che dietro ogni notizia ci sono persone vere».

Parliamo dell’omicidio di Garlasco: che sintesi faresti di questa vicenda che ha tenuto l’Italia davanti alla televisione per anni?

«È la peggior storia della cronaca giudiziaria dal dopoguerra a oggi. In questa tragedia c’è una grandissima confusione e tantissima superficialità».

Che cosa ti colpisce di più, a distanza di anni?

«Che nessuno abbia mai davvero chiarito tutto».

Massimo Sala

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