C’era un uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico, una strada ripida e pericolosa, teatro di agguati e violenza, la stessa strada che percorriamo ogni volta che la vita ci spoglia delle nostre sicurezze e ci lascia a terra feriti, soli, incapaci di rialzarci.
In questa parabola Gesù non ci offre una storia edificante per farci sentire buoni, ma ci pone davanti a una verità spiazzante: la misura dell’amore non è la conoscenza religiosa, non è l’appartenenza a un gruppo, ma la capacità di farsi prossimo, di lasciarsi commuovere e coinvolgere dalle ferite altrui. Passano un sacerdote e un levita, uomini di culto e di preghiera, eppure il loro sguardo resta distante, incapace di trasformarsi in gesto. Sfilano oltre, forse con mille giustificazioni, eppure il cuore resta chiuso. Poi arriva uno straniero, un samaritano, considerato eretico, lontano, uno che non aveva titoli né prestigio. Ma è lui che si ferma. È lui che si fa carico di quel dolore, che non calcola il tempo perso né la spesa imprevista. È lui che si china e versa l’olio e il vino sulle ferite, le fascia, solleva il ferito e lo conduce alla locanda. È lui che diventa parabola vivente di compassione. Il Beato Francesco Pianzola diceva con parole semplici e potenti che “Il Buon Samaritano si ferma presso il povero ferito. Non lo guarda da lontano soltanto per compatirlo. Si china. Versa l’olio e il vino sulle ferite. Fascia le piaghe. Lo solleva. Lo mette sulla sua cavalcatura. Lo conduce all’albergo e ne ha cura. È questo l’esempio che dobbiamo imitare. Non basta avere buoni sentimenti, occorre chinarsi sulle miserie dei fratelli con cuore compassionevole e mani operose.”

In questo racconto Gesù spoglia l’amore di ogni pretesa astratta e lo riporta alla concretezza di un gesto. Farsi prossimo non è un pensiero gentile, è un atto che costa, che chiede di sporcarci le mani e di rinunciare alla fretta che ci fa passare oltre. È decidere che l’altro, chiunque sia, mi riguarda sempre. Il Beato Pianzola aggiungeva: “Il prossimo nostro è chiunque soffre, chiunque è abbandonato. Non passiamo oltre come il sacerdote e il levita. Siamo cuori che vedono e mani che aiutano.” Oggi questo Vangelo chiede anche a noi di riconoscere dove siamo lungo questa strada: forse siamo ancora i viandanti che osservano da lontano e sperano di non essere coinvolti, forse siamo i feriti che attendono qualcuno capace di compassione, forse siamo i discepoli chiamati a diventare piccoli Buoni Samaritani.
Vorrei che ciascuno di voi fosse un piccolo Buon Samaritano che sa fermarsi davanti alle povertà e ai dolori, senza superbia, senza timore di sporcarsi le mani. Guardate le piaghe dei corpi e delle anime, e non dite mai: ‘Non mi riguarda’. Riguarda sempre Gesù. Siate compassionevoli come Lui.
Il cuore della parabola è tutto qui: nessuno è troppo lontano, nessuno è estraneo. Le ferite di chi soffre sono il luogo dove possiamo incontrare Dio vivo. E non basta compatire, bisogna chinarsi e versare. “Ricordate che il Buon Samaritano non si contentò di vedere e compatire il povero ferito. Si fermò, si chinò, versò l’olio e il vino. Anche voi dovete avere sempre l’ampolla dell’olio della bontà e del vino della carità ardente. Il vino che voi dovete versare non è un vino qualsiasi: è quello che fermenta nella cella nascosta di Casa Madre, nella vostra unione con Gesù Eucaristia. L’olio che lenisce le piaghe nasce dalla preghiera umile e dal sacrificio nascosto. Le piaghe dei poveri e dei peccatori attendono le vostre mani e il vostro cuore. Guai se passate oltre come il sacerdote e il levita. Fermatevi. Chinatevi. E versate, con gioia.” In queste parole c’è un invito che non possiamo ignorare: la carità vera è sempre concreta, non teme di sporcarsi, non cerca alibi. È il segno che abbiamo davvero incontrato Cristo, il Buon Samaritano che si è fermato accanto a noi quando eravamo perduti.
don Carlo Cattaneo


