La piazza di Rosasco è un colpo d’occhio pazzesco. Al centro la chiesa di Maria Santissima e San Valentino (sì, proprio lui, il patrono degli innamorati e di tutto il paese) che fu edificata nel 1496 sui resti del castello. Un maniero di cui restano la torre Ghibellina e quella “del consegno”, dove in epoca napoleonica venivano arruolati i giovani. Già, i giovani. Pochi, in un paese di nemmeno 600 anime, dove i trasporti pubblici sono assicurati solo da poche corse dei pullman Stn, che collegano Mortara a Novara. Qui la popolazione è anziana, se si escludono gli stranieri che sono soprattutto giovani.
CHI MANCA? «Mancano sono gli Esquimesi – ironizza un negoziante – Abbiamo famiglie dall’America latina, dal Marocco, dall’Europa dell’Est, adesso anche dalla Cina. È tutta gente tranquilla, che lavora. Il problema è che lavorano in città, lontano, e che questo rischia di diventare un paese-dormitorio». Anche la conducente del pullman da Mortara non è molto incoraggiante:
Dovrebbe vedere Confienza. Fino all’anno scorso avevo un’edicola, ma ho dovuto chiudere. Questi paesini si svuotano, i negozi spariscono.
TANTI NEGOZI SPECIALI A Rosasco resistono ancora, e dentro vi si trova un po’ di tutto: un’edicola-cartoleria-abbigliamento, una tabaccheria-alimentari, un bar dove si può comodamente far conversazione, con un bellissimo porticato esterno che offre un ottimo riparo sia dal sole sia dalla pioggia. A proposito, c’è afa: il meteo promette un temporale. Intanto una mamma con una bambina, entrambe dalla pelle brunita, attraversano la piazza salutando per nome un operaio con un carretto a due ruote. Nel corso della mattinata passano anche un sidecar, due ciclo-turisti, un gatto che si ripara sotto un’automobile. Accanto a una fontanella dall’acqua freschissima alcuni pensionati discutono del più e del meno. Uno di loro, Leonardo Vergnaghi detto Leo, ex mobiliere di origine brianzola, si offre di farmi da Cicerone per visitare gli angoli immortalati dai libri dello storico locale, il professor Giuseppe Dell”Orbo, scomparso nel 2020 a 85 anni. Di lui restano il ricordo di un uomo elegante, che indossava il tabarro in inverno, e che ha pubblicato una decina di volumi sulla storia, il dialetto e la cucina di Rosasco.

PORTA UNICA«Questa porta – spiega Leo indicando un’inferriata sotto l’arco del Consegno – l’ho costruita insieme a mio padre, e conduce a un appartamento del Profesùr… Gran brava persona, ha fatto tanto per promuovere culturalmente il suo paese». A curarne l’aspetto sociale, invece, è stata la contessa Luisa Morelli di Popolo, moglie di Galeazzo Visconti, che verso la fine dell’Ottocento fondò diverse opere, dagli asili “Lattanti” e “Primi passi”, alla residenza per anziani “La Certosina”, e solidarizzò con le contadine e le lavoratrici del posto. Vera donna del popolo, fedele al suo nome, la contessa amava tantissimo le rose, al punto che il cortile della sua abitazione ne era ricolmo.
IL VECCHIO MULINO Leo mi porta a vedere un vecchio mulino ad acqua ancora funzionante, che produce elettricità: «Una volta le ruote erano tre, adesso ne è rimasta solo una – racconta – e proprio qui la contessa veniva a passeggiare sul ponticello, che allora era di legno e poi è stato realizzato in ferro. È morta nel 1912, e le cronache d’epoca la ricordano come una persona generosa, che ha fatto tanto per le donne, i bambini e gli anziani, e che non si vergognava di frequentare gente di estrazione sociale più modesta». Popolo, frazione di Casale Monferrato: nel caso della contessa Luisa, un nome e una garanzia.
Il Rosaschello, un centro sportivo davvero “al top“

Uno dei fiori all’occhiello del paese è il centro sportivo Rosaschello, che ospita tre campi da calcio di diversa grandezza, per squadre da 11 (amatori Csi), 7 (calcetto) e 8 giocatori (allenamento). Il presidente dell’Asd Rosasco, Giancarlo Ceccon, è alle stelle: «Quest’anno con la categoria amatori abbiamo vinto il campionato territoriale e anche quello provinciale. I nostri calciatori sono nati tra il 1990 e il ’92: devono conciliare lavoro, famiglia e tempo libero, riescono a ritagliarsi un’ora alla settimana per allenarsi, e vengono anche da Robbio, Candia, Mortara. Abbiamo inseguito un sogno, tra mille sforzi, e siamo stati ripagati nel modo migliore: adesso andiamo avanti. Il nostro centro sportivo, poi, è una struttura d’eccellenza per tutto il territorio: recentemente abbiamo anche ridipinto gli spogliatoi. O fai le cose bene, o non le fai».
Brusotti, l’inventore “bruciato” da Edison

Era di Rosasco l’uomo che per poco non portò via a Thomas Edison il titolo di inventore della lampadina. Ferdinando Brusotti, nato nel 1839, nel 1877 brevettò una lampada elettrica a incandescenza con filamento di platino, e rinnovò la licenza (che aveva scadenza annuale) per due volte; poi però rinunciò per la scarsità di risorse economiche e per l’impossibilità di sostituire il filamento metallico con uno di carbone. Una decisione di cui il fisico lomellino si pentì nel 1882, quando non poté soddisfare le richieste dell’industriale americano Horth, che gli chiedeva la cessione o la concessione del brevetto. Brusotti fu “bruciato” sul tempo dalla lampada di Edison, che costruita per la prima volta nel 1877, venne brevettata nel 1880. Una vera sfortuna per lo scienziato rosaschese, al quale il Comune natale successivamente dedicherà una targa sulla facciata del municipio.
Dalla cattedra scolastica alla fascia tricolore
Per Riccardo Berzero Taccone, insegnante, fare il sindaco è un po’ come dirigere una classe scolastica: ci sono gli allievi che potrebbero fare meglio, e quelli che ti danno soddisfazioni. «Magari chi pulisce le strade con le borse-lavoro – racconta il primo cittadino – lascia in terra due pezzetti di carta, e allora qualcuno ti telefona per dirti che sui marciapiedi “c’è un disastro”. Però resta la soddisfazione di aver attivato con i Piani di zona di Vigevano tre progetti per altrettante persone che, spazzando le vie del paese, hanno iniziato a destreggiarsi nel mondo produttivo e nel giro di un paio d’anni hanno trovato un altro impiego. Il ruolo di sindaco può permetterti di sfoggiare la fascia tricolore nelle grandi occasioni, o di mostrare il tuo potere se hai abbastanza soldi. Per me le motivazioni sono altre: diciamo che avevo del tempo da buttare via e tanta voglia di prendermi delle parole».

Un’ironia che non riesce a nascondere del tutto la positività: «Con i fondi per l’efficientamento energetico stanziati dal governo Conte, grazie alla Soprintendenza alle belle arti abbiamo realizzato una casetta dell’acqua che ha ottenuto due risultati: consumare meno plastica e far arrivare qualche pellegrino in più. È proprio il caso di dire che è stato eseguito un lavoro a regola d’arte. E poi il Comune ha vinto un bando per il wi-fi pubblico gratuito, anche questa è una cosa buona. Fare il sindaco ti lascia poco spazio di discrezionalità politica: ci sono dei paletti, non è come dirigere un’azienda. Però quel poco che puoi fare, alla fine, è gratificante. Mancherebbe solamente un’educazione civica fatta come si deve nelle scuole, per far passare nelle famiglie il concetto che guidare un Comune non significa fare tutto quello che vuoi». Tramontata, ad esempio, l’idea di trasformare palazzo Frova (un imponente edificio settecentesco a pochi passi dal municipio) nella nuova sede della casa di riposo: «Sarebbe stato un progetto troppo vincolato per una Rsa, con limiti tecnici oggettivi come la proporzione dei servizi igienici in rapporto al numero degli ospiti. Si potrebbe farne invece un’esposizione multimediale, una sorta di museo audiovisivo. Ma dipende dal discorso economico, e dall’interesse che un simile progetto potrebbe suscitare.
Davide Zardo


