22 marzo, V Domenica di Quaresima

A partire dai secoli IV-V, con il progressivo consolidamento «strutturale» del catecumenato assume una particolare rilevanza il «momento» quaresimale. In questo senso, le pericopi evangeliche della Samaritana (Gv 4), del Cieco nato (Gv 9) e di Lazzaro (Gv 11) erano «funzionali» a introdurre i credenti nel mistero di Cristo e della Chiesa.

Il brano evangelico della morte di Lazzaro assume una rilevanza del tutto particolare. Si tratta dell’«ultimo» segno compiuto da Gesù prima della consumazione del mistero pasquale. In un certo senso, incuriosisce l’atteggiamento di Gesù: avvisato della grave malattia di Lazzaro, suo amico, egli indugia in modo del tutto consapevole nell’andare a visitarlo. Il presupposto è chiaro: «questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» (Gv 11,4). La morte di Lazzaro diventa «luogo» rivelativo della Vita, tuttavia, chiede di essere letta e interpretata a partire dalla prefigurazione che Gesù stesso fa del suo morire in croce. In altre parole, dove sembra regnare la morte – «Lazzaro […] già da quattro giorni era nel sepolcro» (Gv 11,17) – solo a partire da Gesù, la vita risorge. Il mistero pasquale di Cristo è il «nuovo» inizio della storia della libertà di ogni uomo, è l’origine della creazione nuova. Quest’ultima si configura – e resta a tutti gli effetti – come opera di Dio che, in Gesù e per lo Spirito, coinvolge, rinnova e ri-crea l’uomo nella fede. Emblematica a questo proposito la risposta di Gesù alle perplessità esplicitate da Marta:

Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio? (Gv 11,40)

La fede è suscitata e, al contempo, apre anche alla contemplazione del mistero di Dio, che «sta sempre all’origine». Gesù, nel suo mistero pasquale redime l’uomo, ma questa stessa forma di «cura» salvifica si inserisce, ancora più in profondità in quel disegno universale di salvezza, che Paolo identifica chiaramente nei termini di predestinazione. Si tratta, dunque, di un dono di salvezza eccedente, che – dalla parte di Dio – si manifesta ancora prima di qualsiasi decisione dell’uomo, la libertà del quale, pur sempre nella significatività della fede, assume i tratti della risposta. La vicenda di Lazzaro esplicita così – nella logica del catecumenato – il tratto fondativo dell’esperienza credente: proprio nel Battesimo, l’uomo è inserito in Cristo, è «accorpato» al suo mistero di morte e risurrezione. L’identità credente è anzitutto dono che sollecita l’uomo a una risposta, non coincidente con il fare, quanto piuttosto con il riconoscimento della grazia, della presenza «garantita» di Cristo nella vita, dunque, di quel «sigillo» originariamente teologico che conforma e configura l’uomo stesso.

don Guido Maria Omodeo Zorini Pro-vicario di Garlasco

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