C’è un orcio d’acqua abbandonato nel deserto, sepolto sotto la polvere dei secoli, che, senza essersi incrinato, attende una mano esperta capace di riportarlo alla luce. È un vaso semplice, in parte consumato dal tempo, che racconta, con la sua silenziosa presenza, una storia antica ma che sembra tratta dalle cronache odierne. Ha come protagonista un uomo, scelto da Dio per una missione scomoda: essere la sua voce davanti al popolo e ai potenti. Il suo nome è Elia e passerà alla storia come uno dei più grandi profeti di tutto Israele.
Eppure, il peso del compito affidatogli, il timore per la propria vita e la constatazione della propria debolezza e dell’abbandono da parte di tutti diventano una morsa che lo soffoca e lo spinge a desiderare la morte. Arriva persino a mettere in atto questo proposito, inoltrandosi nel deserto e lasciandosi andare a una fine che sembra giungere lentamente. Ed è qui che ritorna l’orcio dell’inizio, eco di una voce di Dio che gli si fa vicina, lo nutre e lo rinvigorisce, aiutandolo a intravedere una strada al di là del buio, una meta non più confusa e dei compagni di cammino. Una storia quasi contemporanea, di un’attualità cruda, ma con un finale non sempre uguale. I nomi cambiano, i volti e le età si trasformano, ma il nemico subdolo che si insinua nel cuore di tanti pastori resta lo stesso.
La scienza gli attribuisce definizioni diverse, ma non è che uno dei numerosi specchi di quel male di vivere che attanaglia la società contemporanea e che riesce a trovare terreno fertile persino nella penombra di una sacrestia o nell’assolato cortile di un oratorio.
Sono notizie che spiazzano, che lasciano senza parole e che accendono i pareri più disparati e gridano quell’assenza di Dio che può abitare anche la vita di un sacerdote fino a sfiorare la percezione di un abbandono. Ecco allora Elia e il suo desiderio di morire nel deserto; ecco i nemici che diventano situazioni ostili, fallimenti, l’esperienza del proprio peccato e della propria fragilità; ecco l’incapacità di accogliere quei segni di presenze discrete che non soddisfano le aspettative ma sono comunque, in molti casi, il massimo possibile per una società sempre più individualista che tenta, tra fatica e pigrizia, di diventare Comunità. Occorre tornare a quell’orcio dimenticato nel deserto, riscoprire cioè quella dimensione spirituale che non può essere sopita né surrogata da null’altro per sostenere la vita di un prete, che innerva l’umano e lo sostiene senza soppiantarlo.

Dopo anni di ripiegamento della vita interiore su una teologia necessaria, ma drammaticamente arida anche nel linguaggio, o di una pastorale bulimica del Fare, l’unica via d’uscita pare essere un ritorno a quel motivo fondamentale che dà senso alla vita del sacerdote. «Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi, rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nel cielo». Sembra anacronistico e facilmente tacciabile di idealismo, ma una vita sacerdotale o si orienta e si fonda su una prospettiva eterna o perde qualsiasi senso, oggi più ancora che in passato. Elia comprende questo nel suo dialogo con Dio e trova la forza e il vigore per riprendere il viaggio. Il cuore dei nemici non cambia. Alla luce nuova dell’incontro con il Signore cambia il suo sguardo sul mondo e diventa capace di incontrare i fratelli e la realtà in modo nuovo. Non c’è altra strada per giungere a riconoscere il bene che tante volte soffoca sotto una cappa di delusione che si ammala di psicologismo. Non è un giudizio sulla vita, è un tentativo di andare avanti, consapevoli che un prete è e rimane “sentinella” che annuncia la fine della notte, ma vivendoci dentro. Con tutto il peso che questo comporta.
don Carlo Cattaneo


