Osservatorio 24-07 / Quando il calcio è la vita

Una partita bruttissima. In che senso un quarto di finale o una semifinale o una finale di un mondiale possono essere brutti? Perché i gesti tecnici non escono perfetti, perché perfino campioni come Mbappè o Messi possono sbagliare un rigore o un controllo? Questo succede quando ci si concentra solo sulla sterile esecuzione di un gesto tecnico e non anche sul contesto che dà un senso a quel gesto tecnico. Chiunque abbia giocato a calcio (o fatto sport) ricorderà di aver fatto in allenamento o in riscaldamento un colpo incredibile, da Puskas Award o da almanacco del calcio, ma la differenza tra una prodezza amatoriale e le gesta di un campione sta proprio nel contesto. Si dimentica il ruolo che in una partita ha l’emozione.

Gli esteti delle partite brutte non dovrebbero guardare le partite; ma gli allenamenti. Lì, in un contesto asettico, ci si può concentrare sulla bellezza e sulla pulizia del “passaggino”. In allenamento ci sono giocatori che, anche negli amatori, sembrano di una categoria superiore e che la domenica scompaiono, perché l’emozione, la pressione, i sentimenti pesano perfino in una partita del Csi. I mondiali che si sono appena conclusi, terribili per l’organizzazione e le indebite intromissioni politiche (che tuttavia non sono una novità, ne sa qualcosa l’Italia dei mondiali del 1934 e del 1938, vinti tra minacce, federazioni comprate, gol regolari annullati, giocatori naturalizzati per strapparli alle nazionali rivali; la novità è la spudoratezza con cui tutto questo è avvenuto), sono stati eccezionali per le emozioni e i sentimenti: Yamal e Nico Williams sorridenti sdraiati sul prato in attesa della premiazione, lo stesso Williams che corre in tribuna a mettere la medaglia d’oro al collo della madre (che aveva attraversato il deserto col fratello maggiore in braccio per arrivare in Spagna),

la gioia consapevole e misurata di Rodri nel prendere la coppa, le lacrime di Messi, che a 39 anni non riesce a guardare in faccia la sconfitta e dà le spalle col volto rigato esposto all’apoteosi dei propri tifosi, la corsa folle di Lopes Cabral (che da queste parti ha ricordato quella di Grosso) fino a saltare in tribuna dalla famiglia dopo aver realizzato il gol più bello del mondiale contro l’Argentina, le lacrime inconsolabili di Nyland (portiere della Norvegia), abbracciato per dieci minuti dalla moglie e i figli, eroe della vittoria col Brasile ma caduto in un errore banale e decisivo contro l’Inghilterra, la scanzonata “Viking Row” di Haaland, Odegaard e di tutto il popolo norvegese, la rabbia e il senso di frustrazione dell’Egitto dopo essere stati a un passo da eliminare l’Argentina ed essere stati fermati da un arbitraggio indegno, la commozione dell’arbitro Vincic al momento della designazione per la finale e poi la determinazione con cui l’ha condotta, il senso di smarrimento di Bellingham in semifinale e la gioia generosa con cui ha lasciato a Saka il rigore nella finalina rischiando di non realizzare il record di gol per un calciatore inglese ai mondiali, lo sconcerto dei giocatori senegalesi di fronte al rigore col Belgio che li eliminava dopo 80 minuti di dominio assoluto, la cattiveria agonistica del Paraguay e dell’Argentina, l’anima persa degli Stati Uniti, barattata per una squalifica.

E si potrebbe proseguire, ma perché tutto questo sproloquio calcistico? Perché «il calcio è la vita» (cit) nel senso che anche nella vita volgiamo lo stesso sguardo severo e censore (nei commenti verso gli altri) che applichiamo nel giudicare una partita brutta, l’errore di un calciatore o un allenatore. Giudichiamo il comportamento come gesto tecnico senza interessarci al contesto. Nella stessa terra del mondiale un proverbio attribuito ai nativi americani afferma: «Prima di giudicare una persona cammina per tre lune nei suoi mocassini».

Giuseppe Del Signore

 

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