Osservatorio 25-07 / Rotte di umanità

Il paesaggio scorre veloce oltre il finestrino del treno, che divora le rotaie con un’andatura sempre più sostenuta. Dal verde della campagna si passa al rossiccio delle prime case rurali, fino a giungere al grigio dei palazzoni del centro.

Il cielo è plumbeo, ma attraversato da lievi venature di un sole timido. Non c’è più memoria dell’ora di partenza, e forse nemmeno importa. Protetti nello scompartimento, si ha l’impressione di trovarsi in un luogo fuori dal tempo, popolato da volti sconosciuti che, poco a poco, diventano familiari pur restando anonimi. Il treno è un mondo a sé, con le sue regole non scritte, con le sue vite e le sue storie che si incrociano, nelle quali si diventa, di volta in volta, spettatore, coprotagonista o semplice osservatore distratto. È un modo del tutto particolare di incontrare l’umanità, quasi terapeutico, perché consente di distaccarsi – almeno per qualche ora – dalle proprie piccole o pesanti quotidianità, e di interpretare con entusiasmo il ruolo del romanziere, avido di frammenti di umanità che diventano interessanti anche se se ne conosce poco o nulla. Non è poesia, ma forse una maniera diversa e più stimolante di guardare a quell’epopea universale che è il viaggio, capace di spingere fuori dalle proprie sicurezze e di imporre convivenze che, in altri contesti, sarebbero persino impensabili. Che avvenga nella calma di un inizio vacanza o dentro lo stress del tran tran quotidiano, questo esodo da sé può trasformarsi in un’occasione di crescita, quasi inconsapevole,

generando quell’empatia che apre le porte a una fraternità capace di interessarsi all’altro, chiunque esso sia.

Il treno conserva questo fascino, è innegabile. L’aereo, più rapido ed elegante, non riesce a eguagliarlo, pur offrendo anch’esso prospettive affascinanti. Dal manager esperto al novellino del cielo, una sottile tensione rende l’atmosfera ovattata e silenziosa. Non c’è grande voglia di parlare; ognuno, rinchiuso nel proprio mondo, cerca a modo suo di dimenticare quanto spazio lo separa dalla terra. Tuttavia, anche la condivisione di un tratto di volo può permettere, all’osservatore attento, di cogliere inviti alla relazione, magari con lo sconosciuto accanto o con la famiglia seduta poco più in là. Solo l’automobile, baluardo solitario del viaggiare circondati dagli affetti della propria cerchia familiare o degli amici, rimane un po’ più chiusa all’incontro con il mondo. La relazione con l’altro – dall’indifferenza all’apprezzamento per il veicolo – è spesso limitata a fugaci saluti durante una sosta all’autogrill. La riscoperta del cammino a piedi, del pellegrinaggio lungo le antiche vie medievali verso le grandi mete della cristianità, racconta però la rivincita del bisogno di condivisione sull’individualismo dell’uomo cosmopolita e automunito.

Lì, sui sentieri di campagna o sui selciati assolati, anche chi parte da solo trova compagni, scopre anime delicate nascoste in corpi affaticati dal sudore del cammino, e inevitabilmente i passi condivisi diventano la soglia per entrare nella vita dell’altro. Ritmi diversi, mezzi tra i più disparati, ma un’unica magia del viaggio li accomuna. È quel bisogno inscritto nel cuore umano di animare con presenze e incontri il silenzio dei paesaggi, rendendo la quotidianità un’occasione di gratitudine per una vita aperta a mille possibilità. È l’incanto che il tempo estivo offre a chi desidera fare del proprio relax non un semplice distacco dal lavoro, ma un’opportunità umanizzante e arricchente. E vale la pena coglierla, non solo per uscire dalla monotonia della vita di ogni giorno, ma per portare in essa quei tratti di novità che questo mondo – sempre generoso di sorprese – continua a offrire ai suoi poveri, ma curiosi, abitatori.

don Carlo Cattaneo

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