Il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara non ha lasciato margini di dubbio: «Da quest’anno sarà vietato l’uso del cellulare in classe anche alla scuola secondaria di secondo grado». Una stretta che promette di cambiare abitudini radicate negli studenti e che riapre un dibattito antico quanto l’avvento degli smartphone: meglio il divieto secco o l’uso guidato?
LA DISPOSIZIONE La misura, pensata per restituire centralità alla lezione e alla relazione tra compagni, obbliga presidi e docenti a fare i conti con la gestione concreta di un oggetto che, nel bene e nel male, è ormai diventato protesi quotidiana degli adolescenti. A Vigevano, i dirigenti scolastici si muovono tra pragmatismo, preoccupazioni organizzative e qualche speranza.

LE SCUOLE Al liceo Cairoli, il dirigente Alberto Panzarasa non ha dubbi: si applica la norma senza troppi giri di parole. «Non abbiamo acquistato armadietti anche perché il loro numero sarebbe eccessivo – spiega – la regolamentazione obbliga gli studenti a non usare i cellulari dalle 8 alle 14 e così sarà. Le famiglie possono chiamare la scuola se devono comunicare con i propri figli». Niente custodia quindi, ma un appello al senso di responsabilità. «Il Ministro ha emesso una nota che regolamenta tutto quanto. Applicandola, abbiamo deciso di estenderla alle 55 classi del Cairoli – aggiunge – vedremo come va. Naturalmente speriamo che non ci sia bisogno di intervenire, punendo. Penso che, magari in questi mesi, i ragazzi abbiano metabolizzato quello che è accaduto e abbiano preso coscienza che non è così difficile lasciare il cellulare a riposo per qualche ora». Una scommessa, insomma, sull’autocontrollo delle nuove generazioni, più che sulla coercizione.
Diversa la prospettiva di Elda Frojo, dirigente dell’Its Casale. Qui prevale la cautela, perché il cellulare è visto anche come potenziale risorsa. «In teoria, togliere il cellulare dovrebbe migliorare la concentrazione perché forse i ragazzi sono meno distratti da social e messaggi. Questo dovrebbe stimolare una maggiore partecipazione all’attività didattica, evitando anche confronti basati sul possesso del cellulare più bello o più brutto. L’idea è diminuire gli usi impropri come cyberbullismo, foto o video di nascosto. In teoria dovrebbe favorire un rapporto più personale tra i ragazzi». Ma l’altra faccia della medaglia non può essere ignorata. «Il cellulare è anche uno strumento didattico – aggiunge – Gli smartphone possono essere utili in classe, soprattutto per chi ha difficoltà di lettura o esigenze di inclusione. Fare rispettare un divieto del genere è molto complicato e conflittuale: se non riescono i genitori a limitare l’uso a casa, figuriamoci un docente con 30 ragazzi in classe. Quando imporre non educa all’uso consapevole, l’astinenza forzata rischia di creare un attaccamento ancora più forte». C’è poi la questione pratica, tutt’altro che secondaria.
Dove li mettono questi cellulari – sottolinea – Noi abbiamo degli armadietti, ma li possiamo riservare solo a chi ha versato il contributo, perché il noleggio ha un costo elevato. Oppure potremmo metterli in classe, ma deve essere chiaro alle famiglie che la scuola non può farsi carico della custodia.
All’Omodeo di Mortara, la ds Stefania Pigorini sottolinea invece che il problema non è nuovo e che il regolamento interno già dice tutto. «Il regolamento di istituto è già abbastanza dettagliato in materia di divieto – precisa – su eccezioni di utilizzo e sanzioni proporzionali alla gravità delle infrazioni. Lunedì in collegio è stata individuata una commissione per una rilettura alla luce delle nuove disposizioni e per eventuali revisioni. Al momento non è previsto il “ritiro” forzato e generalizzato dei cellulari all’inizio della mattinata. È facoltà dei singoli consigli di classe valutare tale possibilità in casi di infrazioni diffuse e ripetute». Una linea equilibrata, che punta a responsabilizzare i consigli di classe piuttosto che imporre regole identiche per tutti.
Isabella Giardini
(ha collaborato Ms)

