Il Vangelo di Matteo 25,1-13 descrive dieci giovani donne che attendono lo sposo per accompagnarlo alla festa di nozze. Tutte hanno una lampada, tutte desiderano partecipare ai festeggiamenti, tutte, aimè, si addormentano perché l’arrivo dello sposo tarda. Eppure, cinque sono sagge e cinque stolte: le prime hanno portato con sé una riserva d’olio, le altre no.
Quando, nel cuore della notte, si leva il grido «Ecco lo sposo! Andategli incontro!», la differenza diventa decisiva, poiché solo le vergini sagge parteciperanno pienamente alla festa di matrimonio. Chi sono quelle donne? Che cos’è quella lampada accesa? E che valore ha l’attesa dello sposo? In quelle donne ritroviamo noi stessi; noi, che come proclama il salmista (Salmo 62), abbiamo anime che hanno sete di Dio, un Dio, che come è riportato nella prima lettura (Sap 6,12-16), non è lontano da chi lo desidera, anzi, viene incontro a chi lo cerca sinceramente. Nella lampada accesa, alimentata dall’olio custodito e utilizzato al momento propizio, possiamo riconoscervi la fede custodita e alimentata giorno dopo giorno, la preghiera che ci mantiene in dialogo con il Signore, la carità concreta che rende visibile il Vangelo nelle nostre relazioni. Come credenti, siamo chiamati a domandarci se la nostra lampada sia davvero accesa.
Non basta dirsi cristiani, partecipare alle celebrazioni o conoscere la Scrittura: occorre lasciare che la Essa trasformi le nostre scelte, il nostro modo di parlare, la disponibilità verso chi è solo, fragile o dimenticato.

Colpisce, nella parabola, che tutte le giovani si addormentino. Il Signore non chiede una vigilanza fatta di inquietudine o di paura, né pretende da noi una perfezione impossibile. L’attesa cristiana è piuttosto un cuore pronto, capace di vivere il presente senza dimenticare la meta. Possiamo attraversare stanchezze, dubbi e notti interiori, sapendo che ciò che conta è non smettere di alimentare la fiamma della fede. Attendere, in quest’era veloce e spesso superficiale, non è qualcosa di semplice. Viviamo in un tempo in cui tutto sembra dover essere immediato: le risposte arrivano con un messaggio, i desideri cercano soddisfazione in pochi istanti, le distanze si accorciano e ogni attesa ci appare come una perdita di tempo. Ci siamo abituati ad avere molto a disposizione (forse troppo!), eppure rischiamo di aver smarrito una capacità preziosa: quella di attendere. Vogliamo risultati senza percorsi, gioie senza sacrifici, soluzioni senza pazienza.
Ma la vita, come la fede, non segue sempre i tempi che vorremmo imporle. Il Vangelo delle dieci vergini ci invita proprio a riscoprire il valore dell’attesa. Lo sposo tarda ad arrivare e tutte le giovani si addormentano. La differenza non sta nel fatto che alcune siano rimaste sveglie e altre no, ma nella loro preparazione: le vergini sagge hanno portato con sé l’olio necessario per alimentare le lampade; hanno quindi saputo guardare oltre il presente, comprendendo che l’attesa richiede cura, perseveranza e fiducia. Alla fine l’attesa apre ad una gioia più grande! Come comunità cristiana, siamo chiamati a testimoniare una diversa maniera di abitare il tempo. In una società che corre, possiamo scegliere di fermarci ad ascoltare; in un mondo che scarta chi non è produttivo, possiamo prenderci cura dei più fragili; in una cultura che pretende risposte immediate, possiamo educarci alla preghiera perseverante e alla riflessione profonda. Siamo dunque chiamati a brillare come lampade che testimoniano, come ci dice San Paolo nella seconda lettura (1Ts 4,13-18), la resurrezione del Signore che come lo sposo vuole che lo incontriamo nelle nostre vite.
Stefania Rotundo, Parrocchia di san Giuseppe al Cascame

