Lo sport è spesso raccontato come una scuola di vita, fatta di crescita, condivisione e rispetto delle regole. Ma accanto a questa dimensione positiva esistono anche dinamiche più problematiche, soprattutto quando entrano in gioco rapporti di potere tra allenatori e giovani atleti. Un tema delicato, su cui è necessario porre attenzione per la salute mentale dei giovani sportivi.
TIMORE «Quando si parla di violenza nello sport non si deve pensare soltanto a quella fisica – spiega Luca Pacciolla, medico sportivo – Esiste anche una violenza di natura psicologica, fatta di parole, atteggiamenti, linguaggio del corpo. Tutti elementi che, soprattutto nei confronti dei ragazzi, possono avere un impatto molto forte». Un confine, quello tra autorevolezza e intimidazione, che può diventare molto sottile. «Capita spesso di vedere giovani atleti fortemente condizionati dall’autorità del loro allenatore – continua – Il limite tra il rispetto della figura educativa e il timore nei suoi confronti è molto labile e quando si supera quella soglia, la situazione diventa problematica». Episodi di questo tipo non rappresentano necessariamente la norma, ma fanno comunque parte della realtà dell’ambiente sportivo.
Lo sport è giustamente associato a valori positivi – prosegue il medico – ma non dobbiamo ignorare che esistono anche dinamiche che possono lasciare segni profondi in ragazzi che stanno ancora crescendo.

PREVENZIONE Sul fronte della prevenzione qualcosa si muove. Nei percorsi universitari, ad esempio nelle lauree in Scienze motorie o nelle professioni sanitarie legate allo sport, sono presenti moduli dedicati alla pedagogia dello sviluppo e alle dinamiche psicologiche. «In corsi di laurea come Scienze motorie questi temi fanno parte della formazione – racconta il medico – Tuttavia credo che lo spazio dedicato a queste competenze debba essere ancora maggiore». Ma accanto alla formazione è fondamentale anche la vigilanza. «All’interno dell’Associazione Medico Sportiva Pavese, su indicazione del Coni, è stata individuata una figura responsabile per la gestione di eventuali segnalazioni legate a comportamenti scorretti. L’obiettivo è offrire un punto di riferimento nel caso emergano atteggiamenti non etici nell’ambito medico-sportivo».
CONSAPEVOLE Il problema però è che spesso i più giovani non hanno piena consapevolezza di ciò che accade. «Un ragazzo difficilmente torna a casa e racconta subito un episodio del genere. Può interpretarlo semplicemente come severità dell’allenatore, senza rendersi conto che si tratta di qualcosa di diverso». Per questo diventa fondamentale il ruolo delle famiglie. «Serve un lavoro di squadra – sottolinea il medico – che parta dal dialogo. I genitori devono creare un clima di fiducia, in modo che i figli possano raccontare serenamente se qualcosa li mette a disagio». E in questo anche altre figure che ruotano attorno allo sport possono svolgere un ruolo di attenzione. «Nel mio lavoro – conclude Pacciolla – quando visito gli atleti cerco sempre di approfondire anche il rapporto con l’allenatore e con il gruppo. La salute psicologica è un prerequisito fondamentale. Non dobbiamo pensare che la pressione riguardi solo i professionisti, anche i ragazzi che praticano sport a livello amatoriale possono trovarsi a gestire aspettative e tensioni molto forti».
Rossana Zorzato


