«Dal punto di vista del diritto internazionale, l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela configura una violazione dell’art. 2 paragrafo 4 della Carta delle Nazioni Unite, il quale prevede l’obbligo, per ogni membro dell’Organizzazione, e quindi anche per gli Usa, di astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza sia contro l’integrità territoriale sia contro l’indipendenza politica di qualsiasi Stato». Lo mette in chiaro Aldo Piccone, titolare del corso di Diritto internazionale presso il Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università degli studi di Pavia e consigliere giuridico nelle forze armate in materia di applicazione del diritto internazionale umanitario.

DESTINO INCERTO Il caso è quello del Venezuela, appunto. Il 3 gennaio scorso gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare nella capitale Caracas che ha portato, oltre all’uccisione di circa 80 tra militari e civili di nazionalità cubana e venezuelana (ma non ci sono dati ufficiali a confermare i numeri), alla cattura del presidente Nicolàs Maduro. Un’azione che ha scatenato in tutto il mondo un dibattito relativo all’equilibrio mondiale, al destino del paese sud-americano e a quello delle norme che hanno consentito di costruire il mondo multilaterale post-seconda guerra mondiale. Quanto ai venezuelani, da giorni su web e tv si rincorrono immagini e filmati discordanti: da una parte, nel paese, ci sono manifestazioni a favore del governo (che richiedono il ritorno del presidente attualmente in un carcere di massima sicurezza di New York) e dall’altra, all’estero e (meno) in patria, raduni di venezuelani oppositori del regime di Maduro, che esultano per l’operazione degli Stati Uniti.
ANATRE ZOPPE «Ci sono alcuni parametri da esaminare – spiega Piccone – per tentare di “sbrogliare questa matassa”. Va considerato che, in un paese storicamente ostile alle opposizioni, sul territorio nazionale sono più verosimili espressioni a favore del governo, anche data l’incertezza in cui vive oggi il Venezuela, in cui la ex vice-presidente – ora presidente, ndr – oscilla tra comunicazione di resistenza a oltranza e comunicazioni di apertura agli Stati Uniti». Altra cosa invece è l’estero: fuori dal Paese – continua il professore –
gli oppositori possono manifestare in modo relativamente più libero e sicuro.
A scapito delle diverse teorie succedutesi da trent’anni a questa parte relative al diritto di poter o meno intervenire in un paese sovrano, più che altro con motivazioni unicamente di carattere umanitario, in situazioni come questa «pesano sia il sospetto che le motivazioni legate al contrasto del narcotraffico non siano così genuine sia i problemi di funzionamento del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite, gravato dal potere paralizzante del veto, ma anche degli altri meccanismi dell’Organizzazione, che segnalano un più ampio problema sul fronte del multilateralismo e che possono far apparire l’opzione militare unilaterale come un atto di sfida ad un’architettura già scricchiolante».
QUALE FUTURO? E quindi il destino del Venezuela. Da una parte quello come paese sovrano e come “America Latina che resiste agli Usa” (così definita dai bolivariani): «Il prelievo di Maduro è un messaggio molto forte sia per gli altri Paesi della Comunità Internazionale, soprattutto dell’America Latina, sia per l’apparato di Governo venezuelano ancora in carica. Di certo c’è che lo smantellamento radicale dell’apparato di governo di un Paese è un’operazione che riesce (e spesso con risultati discutibili) solo all’esito di un’occupazione militare, complessa, costosa e che richiede una pianificazione ben diversa da un’operazione come quella cui si è assistito di cambio di vertice. Più probabilmente la possibilità di un secondo intervento in Venezuela, con obiettivi anche solo singole persone, potrebbe essere un fattore “ammorbidente” per molte potenziali spigolosità». Nella partita venezuelana gioca un ruolo anche l’Italia, che ospita l’ex ministro venezuelano del petrolio, Rafael Ramirez, uno degli uomini più potenti di un paese che è il primo al mondo per riserve di petrolio, e di cui Caracas ha più volte chiesto l’estradizione.
Edoardo Casati


