Contenuto riservato ai sostenitori de L'Araldo
Abbassare il numero di anni necessari per poter richiedere di diventare italiani. Questo è il centro del referendum relativo alla cittadinanza sul quale gli italiani saranno chiamati a esprimersi i prossimi 8 e 9 giugno; il quesito sarà accanto ai quattro dedicati al lavoro ed è stato sostenuto da una raccolta firme che è arrivata a 637mila adesioni. Trattandosi di un referendum abrogativo il testo chiede di “eliminare” una parte della normativa che regola la cittadinanza in Italia ovvero l’articolo 9, comma 1, lettere “b” e “f” della legge 91 del 1992, limitatamente alle parole «adottato da cittadino italiano», «successivamente alla adozione» e
allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica.
PRO E CONTRO In questo modo secondo il Comitato promotore l’obiettivo è «dimezzare da 10 a 5 anni dei tempi di residenza legale in Italia per la richiesta di concessione della cittadinanza italiana, ripristinando un requisito introdotto nel 1865 e rimasto invariato fino al 1992». E’ significativo del rapporto dell’Italia con la cittadinanza che per realizzare quello che, secondo i sostenitori del “sì”, sarebbe un passo in avanti sulla strada di una legislazione al passo con la realtà della società italiana odierna, si debba tornare a quanto valeva 160 anni fa, al Regno d’Italia. Tra quanti sono contrari a questa consultazione si osserva che cinque anni non sono un tempo sufficiente per un’adeguata conoscenza della lingua e della cultura e che l’Italia è già oggi il paese europeo che concede più cittadinanze ogni anno. Riguardo a entrambi gli elementi il sito “Pagella Politica” ha effettuato un fact checking rilevando da un lato che il referendum non cancella la parte della legge 91/1992 che regola gli altri requisiti per l’ottenimento della cittadinanza, che sono appunto la conoscenza della lingua italiana (almeno livello B1 cioè intermedio avanzato), un reddito adeguato, l’assenza di pendenze penali, dall’altro lato che, se l’Italia è effettivamente lo stato europeo più “generoso” a livello numerico, lo è solo in termini assoluti, in rapporto alla popolazione è quinto.
Senza dimenticare che molte nazioni, tra cui Germania, Spagna, Francia hanno una legislazione meno rigorosa rispetto allo “ius sanguinis” vigente in Italia.

GLI SCHIERAMENTI Per quanto riguarda gli orientamenti di voto, la Cei non si è espressa su questo quesito (come su quelli relativi al lavoro), mentre aveva seguito con attenzione il dibattito relativo allo “ius scholae” rilanciato da Fi al Meeting di Rimini della scorsa estate, che aveva trovato terreno fertile tra le forze di opposizione (tutti schierati per il “sì” al referendum Pd, M5S, Avs, Iv, Azione) e una netta opposizione tra quelle della maggioranza (tutte sul “no”, con indicazione anzi di astenersi per FdI, Lega, Fi stessa, di votare appunto contro per “Noi moderati”). La Conferenza dei vescovi italiani da tempo (2022) chiede una riforma della norma che regola la cittadinanza, in particolare considerando lo “ius scholae” «uno strumento di inclusione dei migranti e un “tema di cultura”».
Giuseppe Del Signore


